mercoledì 31 agosto 2011

Squali. O del cannibalismo finanziario


di Miro Renzaglia

Il cannibalismo è praticato dalle specie animali per lo più in momenti di estrema emergenza alimentare. Per l’uomo, ad esempio, ne allude Dante in maniera nemmeno tanto criptica nella Divina Commedia, quando narra del Conte Ugolino, rinchiuso in una cella insieme ai due figli e condannato a morir di fame, arresosi infine a fare del cadavere dei congiunti orrido pasto: «poscia più che il dolor poté il digiuno» (Inferno, XXXIII, 75). In genere, però, vale l’antico “cane non mangia cane”. Eppure, qualche eccezione all’aureo detto nel regno animale c’è. Fra queste, la più osservata e nota è quella dello squalo che pratica il cannibalismo sia in fase uterina (i piccoli squali hanno i denti già in fase prenatale per cui l’esemplare più forte fa spesso strage dei fratelli) sia in quella postnatale: per i più grandi, infatti, i più piccoli della loro specie risultano un pasto assai prelibato.

Ora – come si sa – il titolo di squalo in economia viene affibbiato spesso a quei gentili signori che si dedicano alla per loro piacevole pratica di fare soldi dai soldi, negli infiniti modi che il gioioso mondo del capitalismo finanziario mette a disposizione: dai giochetti al rialzo o al ribasso sui titoli di stato, alle speculazioni di borsa, al signoraggio e, giù giù, fino alla pratica usuraia, da cravattari vecchie maniere, delle banche che applicano un tasso sui prelievi da “scoperto” degno degli strozzini. Va da sé, perciò, che se metaforicamente a questa nobiltà della moneta sta appropriata la figura dello squalo, da qui ad appioppargli quello di cannibali il passo non è solo breve ma è anche consequenziale e logico. L’unica differenza notevole rispetto alla pratica del cannibalismo alimentare è che il loro non è condotto in condizioni di emergenza. Ovvero e per essere più chiari: la divorazione del proprio simile non è dettata da penuria delle risorse vitali ma dal desiderio di accumulo di ricchezza e di potenza economica. Divorano il più debole, insomma, non per sopravvivere ma per restare unici arbitri del gioco e, possibilmente, alla fine anche l’unico giocatore in campo. E anche quando stringono delle alleanze, lo fanno per mero calcolo strategico: una volta sbranata la vittima, statene certi, cercheranno di addentare la gola del complice.

Messa come l’ho messa finora, però, la cosa potrebbe anche apparire il passatempo, per quanto feroce e reale, di ricchi ed annoiati signori i quali, per distrarsi, si dànno ad una specie di guerra privata, senza effetti nella nostra vita di tutti i giorni, nei nostri stati, per le imprese produttive. Non è esattamente così. Anzi: non è assolutamente così. Aveva visto benissimo, già nel 2005, Fausto Bertinotti che in un’intervista a Il Sole 24ore, si esprimeva in tali termini: «Siamo davanti a una profonda crisi del capitalismo italiano, una crisi in cui si innesta il declino delle grandi famiglie che hanno costituito l’ossatura della borghesia industriale del Paese. E poiché questo avviene nel vuoto della politica, in particolare del Governo, si determinano processi di cannibalizzazione. Mancano progetti industriali di sviluppo intorno ai quali si possa riselezionare una nuova classe dirigente: così il capitalismo implode nella forma delle scalate, strumento tipico della cannibalizzazione […] Il cannibalismo, anche se fa muovere il sistema, è per forza regressivo, perché divora se stesso senza produrre sviluppo. Con le scalate cambia l’assetto proprietario, ma l’apparato economico resta fermo».

Punto chiave del pensiero di Bertinotti è la distinzione fondamentale fra capitalismo produttivo e capitalismo finanziario. C’è un capitalismo, il primo, che investe per lo sviluppo di impresa del lavoro e di conseguenza della nazione, e un capitalismo, il secondo: quello finanziario che non solo sottrae ricchezza e risorse all’altro ma, nel farlo, blocca ogni possibilità di sviluppo all’intera economia del Paese, producendo profitto solo per se stesso. Bertinotti indica nel meccanismo delle “scalate” lo strumento e la strategia di cannibalizzazione. Non è matematico. Vi è da dire che le scalate non sono il male assoluto perché, in genere, riguardano imprese, quotate in borsa, in difficoltà e se, quindi, a compiere una scalata sono, ad esempio, azionisti di minoranza che, collegandosi, diventano maggioranza e assumono l’amministrazione della stessa al fine di risanarla (e a volte, anche se raramente, ci riescono pure) il dato sarebbe positivo. Il problema vero è che spesso le difficoltà dell’azienda vengono dalle speculazioni che i grandi finanzieri compiono scommettendo al rialzo o al ribasso sui titoli di borsa di quell’impresa. E non saranno mai o quasi mai questi ultimi ad entrare nel consiglio di amministrazione della società scalata. Al limite, avranno favorito qualche amico degli amici interessato all’acquisizione dell’azienda per accorparla ad altra che già possiede e fare “cartello”. O, come capita più spesso, per fallimentarla e dare maggiore spazio alla concorrenza di qualche altro amico degli amici. Al cannibale basta aver lucrato sulle quote delle azioni di borsa. E, in questo caso, torna ad aver ragione Bertinotti: dalle scalate di questo tipo (le più) il giro di miliardi messo in gioco, nel migliore dei casi, non produce né nuove imprese né nuovi posti di lavoro; nel peggiore, invece, produce disoccupazione e regressione socioeconomica del Paese. Senza contare che a essere cannibalizzati saranno anche i piccoli risparmiatori che avevano investito sui titoli di società fallimentate, diventati carta straccia.

E quello che vale per le azioni delle imprese, vale anche per gli Stati. Lo abbiamo visto in Grecia e ne stiamo sperimentando i primi effetti anche noi, con l’ondata speculativa sui nostri buoni del tesoro, quelli che ci serve vendere trimestralmente per non far fermare del tutto la carretta Italia. Basterà che vada deserta un’asta o due e saremo appiedati. Per non farlo accadere, intanto, stiamo facendo esattamente come ha fatto la Grecia: alziamo gli interessi sui Bpt per continuare a renderli appetibili. Con quale rischio? Che chi li ha acquistati in montagne geometriche (si tenga presente che ad ogni asta italiana la richiesta è tripla rispetto all’offerta: e non è un bell’indizio) si presenti allo sportello e ne esiga l’incasso. La bolla speculativa esploderebbe e noi andiamo per stracci. Esattamente – lo ripeto – come la Grecia. Pensate che ciò non possa accadere? Io non ne sono così sicuro. E, del resto, sono le gioie del libero mercato dove il profitto è l’unica regola a dettar legge. Purtroppo, segnali di recupero di un controllo politico dell’economia non arrivano. Anzi: arrivano segnali opposti. Proprio in questi giorni, ferve tanto impegno istituzionale intorno alla riforma dell’art.41 della nostra Costituzione, al fine di sostituire quel pernicioso terzo comma («La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali») con altra dicitura ben più appropriata ai tempi: tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge, è libero. In parole povere: di fronte agli sconquassi dell’economia, anziché ad un passo in avanti dello Stato si ricorre alla medicina omeopatica dell’ “ancora più indietro”. Non funzionerà, semplicemente perché non ha mai funzionato. Quando i sistemi finanziari entrano in crisi, come è accaduto nel 2008 con il crack dei mutui subprime negli Usa e a seguire in tutto il mondo, i cannibali (le banche soprattutto) smettono per un attimo le loro abitudini e si fingono amici dell’uomo (quindi degli Stati) e invocano quel soccorso che puntualmente ottengono. Dopodiché… bè, dopodiché, lo sapete come va a finire, no? I cannibali tornano ad essere quelli che sono, secondo perversa natura. E lo Stato? Vade retro, Satana…

martedì 30 agosto 2011

Cellai, Torselli e Roselli (PdL): “Inizia la festa del PD e magicamente il tram va avanti fino alle 3 di notte”

Questo l’intervento dei consiglieri del PdL Jacopo Cellai, Francesco Torselli ed Emanuele Roselli

“Lo scorso anno presentammo, prima dell’inizio dell’estate, una mozione in Consiglio Comunale per chiedere il prolungamento dell’orario di esercizio della Linea 1 della Tramvia fino alle 3 di notte, in concomitanza con gli orari della ZTL notturna. Mozione che non ha mai visto la luce, né mai è stata discussa. Problemi organizzativi, difficoltà di organizzazione del personale, ci fu detto dalla maggioranza. 

Quest’anno, allo scoccare del 24 agosto è iniziata a Firenze la ‘Festa Democratica’ organizzata dal PD alle Cascine e ‘magicamente’ 48 ore dopo, i problemi organizzativi e di gestione del personale sono scomparsi nel nulla, tanto che la Linea 1 ha allungato il proprio orario di esercizio proprio fino alle 3 di notte. Provvedimento che resterà in vigore fino al 25 settembre prossimo, data conclusiva della ZTL notturna 2011.Considerando che la festa del PD si concluderà il 12 settembre, su 30 giorni investiti dal provvedimento di allungamento dell’orario di esercizio della Linea 1, ben 17 saranno quelli in cui a beneficiare di tale provvedimento sarà, guarda caso, proprio la festa del PD.A pensar male si fa peccato, diceva qualcuno, ma spesso si rischia di azzeccarci! E stavolta le coincidenze sono davvero singolari: nei mesi di giugno, di luglio e per buona parte di agosto non si è fatto niente per agevolare l’accesso alla ZTL notturna agli utenti della Tramvia (eppure sono proprio giugno e luglio i mesi in cui la città vive maggiormente il proprio centro storico nelle ore notturne!), mentre adesso si decide di investire sul prolungamento di orario del tram per servire gli ultimi giorni di agosto ed i primi di settembre. Coincidenze. Ne siamo certi. 

Così come siamo comunque soddisfatti che ancora una volta un nostro indirizzo politico sia stato recepito da questa Giunta.In ogni caso, alla luce di queste strane coincidenze e visto che la nostra mozione non è stata presa in considerazione lo scorso anno, abbiamo deciso di presentarne un’altra, stavolta scritta in maniera tale da poter essere recepita al meglio da questa giunta comunale: per l’estate 2012 (certi che il Sindaco riproporrà ancora una volta, in barba alle promesse elettorali, la ZTL notturna in città) non chiederemo più di estendere l’orario di esercizio della Linea 1 della Tramvia fino alle 3 di notte per servire al meglio la ZTL notturna, ma chiederemo direttamente l’estensione della ‘Festa Democratica’ a tutta la durata della ZTL! 

Chissà che per un’altra fortunata coincidenza, questo non significhi che l’orario di esercizio del tram sia finalmente prolungato per tutta l’estate. Del resto, come diceva Machiavelli, il fine giustifica i mezzi...”.

La montagna come vita quotidiana


di Fabio Polese

«Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere, la commozione di sentirsi buoni e il sollievo di dimenticare le miserie terrene. Tutto questo perché siamo più vicini al cielo», così Emilio Comici, uno dei massimi esponenti dell’alpinismo italiano tra gli anni trenta e quaranta insieme a Cassin e Carlesso, nel suo libro“Alpinismo eroico”, sintetizzava quello che la montagna può trasmetterci. E sono proprio queste le sensazioni che si provano quando si va in alto. L’incontro con le vette riesce a regalare orme indelebili e durature. Quando si inizia un sentiero, non importa quanto si sale o la difficoltà che si affronta, tutto diventa magico. Il frastuono delle città moderne viene lasciato alle spalle e il silenzio ci accompagna nella salita. I rumori della natura diventano musiche e pensieri che riescono a non far sentire la stanchezza.
  
Julius Evola in “Meditazioni dalle vette”, sosteneva che la montagna potrebbe agire come simbolo per avviare una realizzazione interiore: «è dall’irrazionalità di impressioni, visioni, di inesplicabili slanci e inesplicabili, gratuiti eroismi che egli viene portato avanti, lungo vie di un ascendere, che alla fine giunge inavvertitamente ad agire anche in termini d’interiorità. E in sede di subcoscienza che egli si trova inserito in una realtà più vasta e che da essa riceve non solo trasfigurazione in senso di calma, sufficienza, semplicità, purezza, ma anche un afflusso quasi sovranormale di energie, insuscettibile ad essere spiegato con i fallaci determinismi della fisiologia, una indomabile volontà di procedere ancora, di sfidare nuove altezze, nuovi abissi, nuove pareti, poiché appunto in ciò si traduce la inadeguatezza dell’azione materiale rispetto al significato che ormai la anima, la trascendenza dell’impulso spirituale rispetto alle condizioni esterne, alle imprese, alle visioni, alle audacie che ne hanno propiziato il risveglio e che ancora costituiscono la materia necessaria per la estrinsecazione concreta di quell’impulso stesso». L’ascensione alla vetta, dunque, non è solamente una prova fisica, ma soprattutto una prova spirituale e mentale: «la montagna per essi non è più né novità d’avventura, né romantica evasione, né sensazione contingente, né eroismo per l’eroismo, né sport più o meno tecnicizzato. Essa si lega invece a qualcosa, che non ha principio né fine e che, conquista spirituale inalienabile, fa ormai parte della propria natura, come qualcosa che si porta con sé ovunque a dare un nuovo senso a qualsiasi azione, a qualsiasi esperienza, a qualsiasi lotta della vita quotidiana».

Molto probabilmente la montagna conosciuta da Evola, da Comici e da molti altri, non è più la montagna di oggi. Una montagna sempre più popolata da “alpinisti” della domenica, da persone che credono che avere l’attrezzatura più tecnologica possa bastare per affrontare la natura e la solitudine delle immense pareti rocciose. Non è così. Renè Daumal su “Il monte analogo”scrive: «Con un pò di soldi, si arriva comodamente a trarre dalla civiltà ambiente le poche soddisfazioni corporee elementari. Il resto è falso. Falsità, trucchi, tic, ecco tutta la nostra vita tra il diaframma e la volta cranica. Il mio Superiore aveva detto bene: io soffro di un bisogno inguaribile di capire. Non voglio morire senza aver capito perchè ho vissuto. E lei, ha mai avuto paura della morte?» La purezza e la verità di questi mondi solitari e luminosi non ha eguali. Non a caso, sin dall’antichità, la montagna era sede di nature divine e di eroi, axis mundi.

lunedì 29 agosto 2011

Modello di sviluppo avviato verso l’apocalisse finanziaria


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di Massimo Fini

Tutto sembra come al solito. Guardo dalla finestra le macchine che sfrecciano sul largo viale della Liberazione, poche perché fa un caldo becco e a Milano c’è rimasto solo chi non può fare altrimenti. In quest’atmosfera rovente gli operai, in slip, continuano a lavorare al grattacielo che si innalzerà per 35 piani davanti a casa mia. La Cgil ha proclamato uno sciopero. Nei rari bar aperti, la gente fa progetti. Il campionato di calcio sta per cominciare. Nessuno sembra rendersi conto che fra non molto si troverà di fronte al seguente siparietto.

Un elegante signore percorre di notte una superstrada nel sud del Paese. Ha assoluto bisogno di fare benzina. Ha trovato tutti gli autogrill chiusi. È normale, è una superstrada ed è notte. Finalmente le luci di un distributore, si avvicina il benzinaio, un giovane sui trent’anni.

"100 euro di verde":
"Euro? Mi dia piuttosto una gallina, un coniglio, delle uova o anche degli attrezzi".
"Gallina... attrezzi. Mi sta prendendo in giro?"
"Nient’affatto".
"Cos’è? Una nuova forma di proposta?"
"Ma allora non sa nulla?"
"No, non ho letto i giornali. Il chiosco era chiuso".
"Per forza. I giornali non escono".
"Scioperano anche loro?"
"No""E allora cosa sta succedendo?"
"Senta, lei mi sembra una persona colta. Lo ero anch’io. Mi sono laureato in Scienza delle comunicazioni. Poi, non trovando lavoro mi son messo a fare il benzinaio".
"Ebbene?"
"Ha presente Weimar?"
"Certo, la grande inflazione tedesca del 1922. Quando un francobollo costava 4 miliardi di marchi".
"Ecco, siamo a quel punto lì. Solo che non riguarda la Germania, ma tutto il mondo industrializzato. È crollato il sistema del denaro".
"Senta, io sono una persona previdente, avevo comprato dell’oro, il classico bene-rifugio. Ho dei Luigi del ’700. Mi sembra un buon affare per un mezzo pieno di benzina".
"Ah, ah. Ma allora non ha capito niente. Ricorda il mito di Re Mida? Si può mangiare l’oro? Comunque è inutile che prosegua. Intorno alle città troverà mostruosi ingorghi di macchine. Vuote. I passeggeri sono scesi e si sono diretti verso le campagne. È in atto una sanguinosa guerra civile fra urbanizzati e contadini che li respingono a colpi di kalashnikov. Qui, per ora, ci salviamo perché è una terra povera e tutti hanno conservato un piccolo pezzo di terra da coltivare".
"E io?"
"Che lavoro faceva?"
"Il manager".
"Non ci servono manager. Ma chi sa dare di zappa o anche maniscalchi, idraulici, falegnami. Mi spiace".
La gente non si rende conto che questa crisi, che sussegue ad altre degli ultimi anni (bancarotta del Messico del 1996; tracollo delle "piccole tigri" del ’97, "subrime" del 2008 con continui rimbalzi e controrimbalzi fra Stati Uniti, Europa e Asia), segna il punto di arrivo di un modello di sviluppo basato sulle crescite esponenziali. Lo si sapeva da tempo. Ma le leadership mondiali si sono ostinate ad "andare avanti", nella stessa direzione. Si sono comportate come chi, arrivato con una potente macchina davanti a un muro invalicabile, si intestardisca a forzare il motore rimanendo inesorabilmente fermo, invece di fare una prudente retromarcia per vedere se si poteva imboccare qualche via alternativa. 

E così la fusione del motore avverrà di colpo. Apocalipse dixit.

sabato 27 agosto 2011

L’aquila della Nona


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di Valerio Zecchini

“L’uomo e’ il piu’ rapace di tutti gli animali”, diceva Celine. E’ di certo cosi’, ma, nella scala della rapacita’, ci sono avvoltoi e ci sono aquile. Nella simbologia umana, i primi rappresentano la pura istintivita’ e il piu’ bieco parassitismo; le seconde, che non a caso vivono piu’ in alto di tutti, stanno all’estremo opposto e raffigurano autorita’, nobilta’, coraggio.

L’impero romano, prima civilta’ ad estendere il suo dominio su tutto il mondo allora conosciuto, scelse appunto l’aquila come simbolo della propria autorita’ spirituale, il gladio come simbolo della propria forza militare e  il fascio littorio come simbolo della propria legge. Da allora ad oggi, l’aquila ha nei secoli rappresentato il simbolo della civilta’ occidentale e della sua supremazia nel mondo.

“The eagle of the Ninth” (L’aquila della Nona) e’ il titolo del romanzo di Rosemary Sutcliff da cui questo film e’ tratto. Uscito nel 1954, ebbe un tale successo che l’autrice lo prolungo’ e ne fece una trilogia; concepito come libro per ragazzi, oggi e’ considerato un classico di valore universale. Il titolo si riferisce al vessillo della Nona Legione dell’esercito romano, che scomparve in Caledonia (l’attuale Scozia) nel secondo secolo dopo Cristo – ed e’ la storia di come il giovane Marcus Aquila (nomen omen) vent’anni dopo cerca di scoprire cosa era successo al condottiero della legione, suo padre Flavius Aquila, e ai suoi cinquecento uomini. Nella realta’ storica, nulla si riusci’ a sapere di questa legione che aveva osato avventurarsi oltre i confini del Vallo di Adriano, presumibilmente massacrata dalle feroci tribu’ barbariche che abitavano quelle terre inospitali. Nella fiction della Sutcliff invece, il centurione Marcus riesce nel suo intento: rintraccia i superstiti, combatte contro i barbari e recupera il simbolo sacro riscattando cosi’ la reputazione del padre. Altri due film piuttosto recenti, che non conosciamo, si erano ispirati al romanzo della Sutcliff: “The lost legion” e “Centurion”.  “The eagle”, peraltro girato nella stessa Scozia, senza dubbio ne rende lo spirito in maniera ammirevole.  

Il film inizia con Marcus Aquila (Channing Tatum, che ha i perfetti tratti somatici del legionario) che arriva in Britannia, insidioso confine del mondo conosciuto, per mettersi al comando di una guarnigione indisciplinata e giu’ di morale. Il carismatico novizio si guadagna la riluttante ammirazione delle sue truppe, risvegliando il loro orgoglio e guidandole in battaglia contro gli indigeni ribelli. In uno di questi scontri (che il film rende con magistrale efficacia), dove Marcus e i suoi uomini formano una testuggine per affrontare i selvaggi britanni capeggiati da uno sciamano invasato, egli viene ferito gravemente.

Nella seconda parte, il comandante legionario affronta una difficile guarigione in compagnia dell’anziano zio (il sempre brillante veterano Donald Sutherland), che compra per lui lo schiavo Esca (Jamie Bell) – a cui  Marcus aveva salvato la vita in un’arena gladiatoria. Decorato al valore ma considerato fisicamente inabile a continuare il servizio militare, offeso dagli insulti alla reputazione del padre da parte di presuntuosi politici romani in visita sull’isola, Marcus si decide a dedicare se’ stesso al suo vero obbiettivo – scoprire cosa era successo alla Nona Legione in Caledonia, il recupero dell’Aquila e il riscatto del nome di famiglia. Accompagnato da Esca, che parla la lingua locale, si dirige oltre il Vallo di Adriano e inizia la sua pericolosa ricerca. Nel corso della missione, la reciproca diffidenza tra Marcus ed Esca si trasforma in rispetto e cameratismo. Dopo essere entrati in conflitto con l’irriducibile popolazione locale e prima di scoprire i segreti del passato, per riuscire a sopravvivere i due sono costretti per qualche tempo ad invertire i rispettivi ruoli di schiavo e padrone. 

Unico difetto del film sono le scene finali, raffazzonate e facilone, in cui i due protagonisti sono ricevuti dall’imperatore Adriano per restituirgli la sacra icona recuperata dalle barbare mani in cui era finita; la corte imperiale e’ ricreata in maniera alquanto superficiale e la figura di Adriano viene resa in modo un po’ ridicolo. Peccato, perche’ per il resto il film e’ eccellente: la ricostruzione storica e’ ineccepibile, gli attori piu’ che credibili, la sceneggiatura di Jeremy Brock senza sbavature, la fotografia di Anthony Dod Mantle superba (ma gia’ lo ricordavamo per il suo ottimo lavoro nel formidabile “Antichrist” di Lars Von Trier). 

E soprattutto il regista Kevin MacDonald (“The last king of Scotland”) sembra condividere e aderire senza esitazioni a quelle virtu’ romane oggi cosi’ fuori moda come dovere, onore,pieta’ filiale. Un film dunque da non perdere, e che probabilmente sarebbe piaciuto molto anche ai professori della Scuola di Mistica Fascista. In uscita in Italia a meta’ settembre, si presenta come uno dei titoli di punta della prossima stagione.

venerdì 26 agosto 2011

Il mondo finanziario è dominato da pochi portafogli gonfi...


 
di Rachel Ehrenberg


Una “superentità” economica controlla più di un terzo del benessere globaleLa saggezza convenzionale ci dice che poche grasse ed appiccicose dita controllano una fetta sproporzionata dell’economia mondiale. Una nuova analisi suggerisce che la saggezza convenzionale ha ragione.

Tracciando uno schema delle relazioni tra più di 43.000 compagnie salta fuori un nucleo centrale strettamente connesso di attori economici. Nel 2007, solo 147 compagnie controllavano il 40% del valore monetario di tutte le aziende transnazionali, come hanno riportato i ricercatori in un articolo pubblicato on-line il 28 luglio su arXiv.org.

 “Questa è la prova empirica di ciò che è stato percepito come un aneddoto per anni”, afferma il teorico di informazione Brandy Aven della Tepper School of Business di Carnegie Mellon a Pittsburgh.

L’analisi è un primo sforzo per documentare la rete internazionale di relazioni tra compagnie e per esaminare chi possiede le azioni – e quante – di chi. Cercando nel database informatico finanziario Orbis, degli scienziati del ETH Zurich in Svizzera hanno esaminato le compagnie transnazionali, che hanno definito come detentrici di almeno il 10% delle loro azioni in più di un paese. Poi il team ha osservato le connessioni a valle e a monte, producendo un network di 600.508 attori economici connessi da più di un milione di rapporti di proprietà.

Questo network ha la forma di un papillon, con un gran numero di attori sparsi sulle ali e pochi giocatori maggiori intricati nel nodo centrale. Così mentre è vero che la proprietà delle aziende pubbliche è largamente distribuita, afferma lo scienziato di sistemi complessi James Glattfelder, un co-autore del nuovo lavoro, “basta fare un passo indietro e tutto scorre nelle stesse quattro mani”. Mentre chiunque avrebbe potuto prevedere un esito simile, la letteratura economica ritrae mercati così dinamici da mostrare mancanza di zone calde di controllo, afferma Glattfelder.

I ricercatori non sono sicuri dic osa farsene dell’interconnettività del nucleo. Da un lato, potrebbe esporre al rischio l’intero network.

Immaginate il diffondersi di una malattia”, afferma Aven. “Se in un liceo tutti vanno a letto insieme ed uno solo ha la sifilide, allora tutti si prenderanno la sifilide”.

Ma dall’altra parte, osserva, l’interconnettività può portare ad una migliore auto-sorveglianza e a comportamenti positivi, come pratiche di lavoro giuste o politiche che non danneggiano l’ambiente. 

Ed anche se nell’analisi lo status di molti giocatori è cambiato drasticamente dal 2007 (l’ora defunta Lehman Brothers è un un elemento chiave del nucleo), l’analisi mostra che la proprietà sta diventando sempre più concentrata e transnazionale, afferma Gerald Davis dell’Università del Michigan ad Ann Arbor.

Dal momento che analizzare ed interpretare questi dati è difficile, afferma, l’analisi appare come “un’impronta sulla superficie lunare vista da un telescopio. Non è una mappa stradale”.

La proprietà può essere difficile da studiare a livello internazionale in quanto possedere azioni in un fondo comune di investimento non significa necessariamente la stessa cosa negli USA o nella Cina comunista. Ed anche all’interno di ogni singolo paese il concetto di proprietà può essere difficile da districare, afferma l’economista Matthew Jackson dell’Università di Stanford. Ad esempio, quando un individuo investe in un fondo comune o acquista azioni tramite un’istituzione come la Merrill Lynch, spesso l’azienda è il proprietario officiale del patrimonio. 

Ed anche se gli azionisti hanno diritto di voto, potrebbero non esercitarlo.“La cosa diventa preoccupante se ognuno fa come me e dice: lascerò che il Vanguard voti”, afferma Jackson. “Forse dovremmo essere un po’ preoccupati. Non so se dovremmo esserlo”.


giovedì 25 agosto 2011

Montedomini, Torselli (PdL): "Ancora nessuna iniziativa per recuperare i 2milioni e mezzo di euro sprecati nel Telecare"


"Il presidente aveva promesso il reimpiego delle apparecchiature nel giro di due anni. Non potevano servire per l'emergenza caldo?"
"I primi sei mesi dall'impegno assunto dal Presidente di Montedomini di riutilizzare tutte le apparecchiature acquistate per il servizio Telecare e mai messe in funzione, sono trascorsi senza che sia stata presa alcuna iniziativa. Ci chiediamo se qualcosa non sarebbe stato possibile fare magari per fronteggiare l'emergenza caldo che colpisce, come sappiamo, particolarmente gli anziani". Questo quanto dichiarato dal  consigliere del PdL, Francesco Torselli. "Dopo aver scoperto - spiega Torselli - oltre 2miioni e mezzo di macchinari acquistati da Montedomini utilizzando soldi pubblici destinati allo sviluppo di servizi sanitari per anziani e mai utilizzati, abbandonati in condizioni fatiscenti nei sottoscala della struttura, l'attuale Presidente si impegnò nell'inverno scorso a riutilizzare nel giro di due anni tutti i macchinari e sanare, in questo modo, almeno parte dell'orribile spreco di denaro. Ma ad oggi - aggiunge ancora l'esponente del PdL - niente è stato ancora fatto, se non riordinare e rendere più presentabili le attrezzature. Montedomini sta effettivamente lavorando ad un progetto di recupero di queste apparecchiature o no? Mi chiedo - conclude Torselli - se le apparecchiature non sarebbero potute essere utilizzate già in questo periodo, per fare fronte all'emergenza caldo che sta colpendo la nostra città e particolarmente gli anziani. Nessuno ci ha pensato oppure le apparecchiature pagate a peso d'oro per fare chissà quale avveniristico servizio, non sono buone neppure per questo? Attendiamo risposte concrete sia da Montedomini, sia dall'assessore Saccardi: a che punto è il recupero delle apparecchiature?"

I mutamenti climatici e la questione energetica (di Alain de Benoist)


I consumi di energia continuano a crescere: in Italia, anche nell’estate si è più volte sfiorata la soglia dei 54.000 megawatt di energia elettrica, arrivando a ridosso della soglia record dell’anno precedente che ha superato i 55.000 megawatt. Qual è la sua opinione riguardo alle cosiddette “energie alternative”, come l’eolico o il fotovoltaico? Assieme alla ricerca su di esse, come dovrebbe agire una serie politica di riduzione dei consumi? Su quali versanti è più direttamente praticabile ed auspicabile un “risparmio energetico”? 

Alain de Benoist. Il ricorso alle “energie alternative” è in sé una buona cosa. Ma l'errore sarebbe di credere che si potrà, grazie ad esse, conservare lo stesso ritmo di crescita. Attualmente, le possibilità che offrono le energie di sostituzione sono in effetti limitate. I petroli non convenzionali, come gli olii pesanti del Venezuela e le sabbie bituminose del Canada, per essere estratti necessitano all’incirca di altrettanta energia rispetto a quella che permettono di recuperare. Il gas naturale può servire a migliorare l'estrazione del petrolio o a fabbricare delle essenze di sintesi, ma necessita ancora di molta energia. Le riserve di carbone sono più importanti, ma è un'energia molto inquinante e che contribuisce doppiamente all'effetto serra, poiché la sua estrazione provoca delle emissioni di metano (che possiede un effetto serra 23 volte più potente dell'anidride carbonica), frattanto la sua combustione rilascia del gas carbonico in grande quantità. Il problema essenziale dell'energia nucleare risiede, come si sa, nello stoccaggio delle scorie radioattive di lunga durata (e in una catastrofe sempre possibile). Questa energia non si può inoltre sostituire ai complessi petrolchimici e ai prodotti di consumo corrente derivati. L'idrogeno è un vettore d'energia, ma non una risorsa d'energia, e la sua produzione commerciale ha un costo da 2 a 5 volte superiore rispetto agli idrocarburi utilizzati per crearlo.Inoltre, il prezzo del suo stoccaggio è 100 volte più elevato di quello dei prodotti petroliferi, e tutte le volte che si è prodotta una tonnellata d'idrogeno, si sono prodotte altresì 10 tonnellate di anidride carbonica.Le energie rinnovabili sono fornite dal vento, dall'acqua, dai vegetali e dal sole. Attualmente, esse non rappresentano che il 5,2% di tutta l'energia consumata nel mondo. Sebbene esse siano a priori più promettenti, sarebbe ugualmente illusorio sperare di più. I vegetali hanno una debolissima capacità energetica. Le bio-energie(valorizzazione dei sottoprodotti della filiera bosco) implicano una deforestazione intensa. I biocarburanti sintetizzati a partire dalla barbabietola, dalla colza, dal mais o dalla canna da zucchero, come l'etanolo, hanno un rendimento abbastanza limitato. Il solare termico non è stato ancora fatto oggetto di uno sfruttamento soddisfacente. L'energia idraulica è più competitiva, ma esige degli investimenti consistenti. L'energia eolica è quella più a buon mercato, ma non funziona che nel 20-40% del tempo, tenuto conto delle variazioni dei venti.Restano quelle tecniche di cui talvolta si parla, come la fusione nucleare, la «fusione a freddo», il sequestro del carbone o le centrali solari spaziali, ma la maggior parte di esse oggigiorno non sono che allo stato di progetto e quasi tutte necessitano di un sovraconsumo d'energia che rende il loro bilancio netto prevedibile incerto.

I mutamenti climatici negli ultimi anni si stanno manifestando in maniera sempre più decisa ed evidente. Forti variazioni delle temperature stagionali, scioglimento di ghiacciai e innalzamento del livello del mare, migrazioni della fauna fuori stagione, cambiamenti della geografia delle specie vegetali e via discorrendo. Perché le popolazioni non sembrano mostrare la necessaria attenzione a tali fenomeni? Perché queste modificazioni ancora non inducono significativi provvedimenti per il quotidiano stile di vita? 

Alain de Benoist. Contrariamente a quello che voi dite, io ho il sentore che la gente oggi sia più sensibile ai problemi dell'ecologia. E ciò è ancor più vero riguardo alle perturbazioni climatiche, di cui essa è la prima a constatarne gli effetti nella vita quotidiana. Ma non è ancora disposta a trarne le conseguenze. Si potrà dire che molte persone sono a questo riguardo più o meno «schizofreniche». Da un lato sono ben coscienti del degrado dell'ambiente naturale e dei rischi provocati, ad esempio, dalsurriscaldamento climatico. Dall'altro lato, essi vorrebbero allo stesso tempo poter conservare il medesimo stile di vita a cui sono abituati. Occorrerà del tempo affinchè comprendano che questa è una contraddizione. Di qui la necessità di tutto un lavoro pedagogico il cui scopo è quello di far comprendere che «più» non significa sempre «meglio».Le persone sono state abituate a pensare che la «crescita» e lo «sviluppo» sono dei fenomeni naturali, mentre durante i millenni l'umanità ha ragionato diversamente. L'ideologia del progresso ha giocato da questo punto di vista un ruolo essenziale. Anche se oggi ha perso gran parte delle sua credibilità (l'avvenire appare più portatore di minacce che di promesse), la vecchia credenza secondo la quale una crescita quantitativa permanente è una cosa sempre buona in sé non ha abbandonato le menti. Le persone non vedono che una tendenza prolungata all'infinito può invertirsi bruscamente nel suo contrario (ciò che i matematici chiamano il passaggio al limite). Resta loro da comprendere che una crescita infinita in un mondo finito è una contraddizione in termini: non si può vivere indefinitamente a credito tirando su un capitale che non si rinnova. 

Eugenio Benetazzo sostiene che quella delle “energie alternative” non sia nient’altro che una “farsa”, poiché sarebbe più corretto definirle “derivative”: in altri termini, è sempre la disponibilità di petrolio greggio a determinarle e renderne possibile la produzione e la diffusione. Il petrolio è necessario, ad esempio, per la fabbricazione dei pannelli fotovoltaici così come per il loro trasporto. Il petrolio sarebbe dunque connaturato alla complessa molteplicità dello stile di vita moderno, da un punto di vista prettamente antropologico: grazie ai trasporti ed ai ritmi di vita da essi consentiti, alle tipologie di prodotti alla cui base (industriale e commerciale) esso si pone, grazie agli innumerevoli settori in cui la petrolchimica ha ingerenza (dai fertilizzanti alla catena alimentare), si può ben affermare che “l’uomo moderno è il petrolio”. Se così fosse, con l’esaurimento degli idrocarburi naturali, l’umanità intera dovrà davvero rinunciare a qualsiasi forma di “energia” attualmente conosciuta e così rimodellare integralmente il proprio stile di vita? 

Alain de Benoist. Eugenio Benetazzo è uno specialista di problemi borsistici che ha scritto delle cose interessanti sulla possibilità di una nuova crisi finanziaria mondiale (un «nuovo 1929»). Non ha torto quando afferma che il petrolio fa parte della composizione di un gran numero di oggetti utilizzati oggigiorno e che non c’è da attendersi troppo dalle energie alternative - anche se a mio avviso è molto esagerato qualificarle come «farsa».Un certo numero di queste energie alternative non presenta in effetti interesse senza la presenza di petrolio a buon mercato. Occorre ad esempio molta energia per estrarre il carbone e inviare il minerale. Per fabbricare dell'elettricità occorre ancora energia, fornita oggi dal petrolio, il gas o il carbone. Parimenti, i biocarburanti hanno bisogno di concimi e di pesticidi, che furono all'origine della «rivoluzione verde», ed esigono dunque del petrolio per avere un rendimento soddisfacente.Ancora, si può beninteso immaginare che nuove forme di energie saranno scoperte in futuro. In astratto è sempre possibile - ma attualmente fare una tale scommessa è solo un atto di fede. La verità è che, allo stato attuale delle cose, né le energie rinnovabili, né il nucleare classico, né le altre energie di sostituzione conosciute dai ricercatori possono sostituirsi al petrolio con la stessa efficacia e i costi contenuti. Ora, come le riserve di petrolio non sono inesauribili, è la prova che il problema deve essere posto diversamente, all'occorrenza interrogandosi seriamente sulle condizioni di una «decrescita sostenibile».

Gruppo Opìfice. Una teoria comune è quelle secondo cui solo la tecnologia sia in grado di rimediare ai danni della tecnologia. In altri termini, il meccanismo industriale ha ormai compromesso irrimediabilmente l’ecosistema, il suolo e le specie viventi, e pertanto anche un “ritorno alla terra”, a forme di autoproduzione/autoconsumo, di sobrietà e di riduzione dei consumi non potrà rimediare ai danni della modernità, o quantomeno in misura minore di quanto consentirebbe una ricerca tecnologica sempre più avanzata sugli stessi settori. Qual è la sua opinione riguardo a questo pensiero?                                                                                                                       

Alain de Benoist. La teoria secondo la quale i difetti della tecnica saranno corretti dal nuovo progresso della stessa tecnica è una delle numerose versioni dell'ottimismo tecnologico. Beninteso, questa tesi può essere puntualmente vera (un errore può sempre essere corretto), ma ad un livello globale essa corrisponde soprattutto ad un'ammissione d'impotenza. Il tratto dominante della tecnica è la sua capacità di svilupparsi da se stessa in funzione della sua sola fattibilità: ciò che è tecnicamente possibile sarà effettivamente realizzato. Nell'istante in cui lo sviluppo tecnologico è posto sotto l'orizzonte della fatalità, l'uomo si condanna allo stesso modo a subirne gli effetti, quali che siano. In ultima analisi, questa credenza nella capacità della tecnica di correggersi essa stessa non è che un atto di fede.

mercoledì 24 agosto 2011

LA SENATRICE SI LAMENTA? E LA GIOVANE ITALIA INVOCA IL MERITO...


Nei giorni scorsi è nata una polemica molto positiva dopo le dichiarazioni che una senatrice del Pdl ha rilasciato a Klaus Davi. La senatrice affermava di non saper come fare con lo stipendio del Senato, perchè troppo basso. Quando si supera il limite del buon senso e delle decenza, finisce anche che qualcuno si incazzi. A farlo sono stati alcuni giovani militanti del nostro movimento, che non le hanno mandate a dire ed hanno risposto per le rime a chi dovrebbe essere più semplicemente riportato alla realtà delle cose, che è assai più dura - per tanti, sicuramente troppi - di quella che si conduce con i vitalizi e gli stipendi di Palazzo Madama. Riportiamo, quindi, gli interventi di Chiara Frontini e Fabio Cavini, entrambi dirigenti della Giovane Italia, che hanno rimesso alcune cose al loro posto senza peli sulla lingua, mettendo in essere quella che dovrebbe restare una delle prerogative di un movimento giovanile: essere pungolo e spina nel fianco, anche e sopratutto verso i politici della propria parte...
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L'INTERVENTO DI CHIARA FRONTINI

In quest’agosto di crisi finanziaria, indignados, rivolte oltremanica e polemiche sulla casta, stamattina sfogliando il giornale sono incappata in un articolo sugli stipendi e la depressione dei nostri parlamentari. Ho 22 anni, mi sono laureata in Scienze Politiche lo scorso luglio, e contribuisco ogni giorno alla costruzione di un movimento giovanile sano, dinamico, che formi persone, non macchine da guadagno. Le stesse persone che un domani dovranno essere quella classe dirigente che continuerà a battersi per il codice etico, per le primarie all’interno del partito, per le elezioni e contro le nomine, per l’ascolto della base prima delle multinazionali. Perché gli incarichi (e gli stipendi), vanno guadagnati. Figuriamoci se voglio fare demagogia, o peggio ancora cavalcare l’onda dell’antipolitica. Al contrario, è proprio alla politica che chiedo delle risposte. Le vicende di questi giorni hanno dimostrato come il pensionato, l’immigrato e il giovane disoccupato non faranno di certo lobby, ma prima o poi fanno la rivoluzione.

Non so voi, ma in quelle dichiarazioni io c’ho visto tanta arroganza: è quel senso di superiorità, di impunità, di ingenua provocazione che in un periodo come questo suona proprio di presa in giro. L’indignazione a questo punto è il minimo sindacale che si possa provare. Poi ci lamentiamo che i cittadini si disaffezionano dalla politica. Per questo, da militante della Giovane Italia, non posso fare altro che dissociarmi: dissociarmi non solo da un singolo esponente del PDL, ma da un intero modo di fare politica. Quel modo di fare politica di chi si arrocca sulle poltrone per decenni, di chi non si guadagna il consenso sul territorio, di chi sfrutta la propria posizione per arricchirsi a scapito degli elettori, di chi crede che tutto sia dovuto solo perché il proprio nome è preceduto da un Sen. o da un On., di chi ha anche il coraggio, all’interno del nostro partito, di dire “state attenti al partito degli onesti”, di chi pensa che tutto si esaurisca in un volo in business, scorte e auto blu. È ora di farla finita col partito dei nominati, dei doppi incarichi, dei voli di Stato, delle polemiche interne. Alla gente non gliene frega niente. È ora di farla finita con un partito che crede di fare un favore alle donne con la difesa delle quote rosa, che altro non sono se non uno strumento discriminatorio e soprattutto antimeritocratico. È ora di farla finita con un partito che parla di giovani come problema e non come risorsa. Da giovane donna, mi sentirei offesa nel sapere di aver avuto incarico solo per una questione di genere, e non di capacità. Da giovane e basta, voglio che il mio partito mi ascolti, perché, forse, qualcosa da dire potrei averla anch’io, che non ho settant’anni suonati e vorrei poter aver voce in capitolo su come costruire il mio futuro.

E la preoccupazione maggiore è che il virus delle nomine dall’alto e dell’atrofizzazione ideologica sembra aver infettato anche il movimento giovanile, che per sua natura dovrebbe essere fondato sugli ideali più nobili di chi fa politica per passione e non per interesse, di chi non è legato a una poltrona o ad uno stipendio per vivere (e vivere bene, nonostante qualcuno abbia anche la faccia tosta di lamentarsi), ma che al contrario impegna il proprio tempo e la propria paghetta settimanale per finanziare uno striscione o un volantino, resta indietro con gli esami, e si prende pure le strigliate dai genitori preoccupati per il futuro del proprio figlio. Questo accade perché anche tra di noi ci sono politicanti prezzolati che dicono di voler cambiare le cose, e non sanno che parlare di voti e sedie, che si definiscono 100% PDL, autorelegandosi a “primavera del partito”, quando invece il movimento giovanile dovrebbe potersi sentire libero di criticarlo il proprio partito, quando quest’ultimo tutela interessi lontani dal nostro credo, con la voglia struggente di cambiare lo status quo e imporre i nostri sogni a chi prova ad ostacolarci. Parlo a cuore aperto in nome di tutti coloro che vogliono unmovimento giovanile che diffonda il vero significato della politica, in un’era di disinteresse e sfiducia, politica intesa come cura della polis, senso di responsabilità, autocoscienza, amministrazione della Comunità per il bene comune, ma con la rabbia e l’amore dei nostri vent’anni. Riscoprire la nostra identità, i nostri poeti, i nostri simboli, perché le radici profonde non gelano, e riappropriarsi di tutti quei temi come la legalità e l’identità nazionale che fanno parte della nostra storia politica. La rinascita non può che venire da noi, una fucina di idee incandescenti in grado di restituire alla società un progetto culturale per il futuro. Ben venga il confronto allora, sia sul partito ma soprattutto sul movimento giovanile, per capire una volta per tutte dov’è la maggioranza, e giudicare le proposte e le persone ripartendo dalla base. Ben venga la riforma elettorale che introduca le preferenze, altrimenti possiamo anche smetterla di parlare di merito.

Quando qualche mese fa ci mettemmo in piazza per ascoltare le opinioni della gente sulla chiusura del centro storico di Viterbo, tante persone vennero a dire la loro, a parlarci dei loro problemi, ad esporci le loro proposte. Questo chiedo a chi, come me e tanti altri, decide di donarsi ad un impegno civile 365 giorni l’anno: troviamo il coraggio di ripartire da lì, dalla semplicità di un gazebo.
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L'INTERVENTO DI FABIO CAVINI

Prendo lo spunto da una polemica locale, nata a Viterbo, sollevata da Chiara Frontini, una nostra militante della Giovane Italia, per associarmi al suo appello. E’ di sabato scorso la notizia che una senatrice del PDL ha esternato, durante un’intervista a Klaus Davi, delle dichiarazioni in merito all’indennità percepita e alla situazione emotiva vissuta dai nostri parlamentari. Nello specifico, l’intervista ha sollevato l’indignazione dell’opinione pubblica e di tutto il popolo del web, tanto che oramai la questione è giunta alla ribalta delle cronache nazionali. Non volendo entrare nel merito delle dichiarazioni della senatrice, ritengo opportuno sottolineare la necessità di una vera e propria rivoluzione del merito da applicare a tutti i livelli e settori: economico, culturale e politico. E per farlo parto da quella “lettera aperta di una giovane militante”, perché è proprio in quelle parole che dobbiamo trovare il coraggio e la determinazione affinché la nostra generazione possa dare vita ad un nuovo Risorgimento, con rabbia e con amore. Chiara nella sua lettera si dissocia “non solo da un singolo esponente del PDL, ma da un intero modo di fare politica” e ci parla di “codice etico, primarie all’interno del partito, elezioni contro nomine, ascolto della base prima delle multinazionali.”. Questo mi permette di avanzare alcune riflessioni.
La mia generazione, classe ’76, è nata in un’epoca di vacche grasse. Siamo cresciuti nel boom economico degli anni ’80, in pieno craxismo, periodo sintetizzabile nella diffusa battuta: “Lei non sa chi sono io!”. I nostri genitori compravano bifamiliari al mare, altri consolidavano la prima casa, ma in generale il tenore di vita era buono. Poi gli anni ’90, Tangentopoli, e l’inizio di una discesa rovinosa, non solo economica ma soprattutto morale, la mancanza di valori e di riferimenti e un relativismo dilagante che ha conquistato moltissime persone. E a seguire il 2001, con una crisi economica che ancora oggi non vede la fine e si aggrava ogni giorno di più. Molti di noi in quegli anni hanno iniziato ad affacciarsi al mondo del lavoro e il posto fisso dei nostri genitori è diventato un’utopia, lavori sempre più precari e meno retribuiti, con la conseguenza di non poter comprare neanche la prima casa ed accedere ad un mutuo. Duranti gli anni belli dell’economia il sistema clientelare della cattiva politica ha permesso ai nostri genitori di spendere più del dovuto, aumentando a dismisura il debito pubblico che oggi dobbiamo pagare noi a caro prezzo. In tutto questo alcuni giovani non vedono più un’opportunità di lavoro e di futuro in Italia ed emigrano all’estero. Ma fortunatamente, come abbiamo dimostrato di recente durante il Talenti on the Road di Siena, esistono talenti che hanno voglia di combattere ed affermarsi all’interno dei nostri confini nazionali.

Credo fermamente nel progetto PDL e che il nostro governo, in un periodo di difficoltà economica, abbia ben operato, varando riforme significative ed importanti per l’Italia. Credo che il neosegretario Alfano possa davvero portare all’interno del nostro partito quella ventata di freschezza di cui oggi si sente tanto la necessità. Questo perché credo nella Politica e voglio dare una risposta concreta a tutti quelli che invece cavalcano l’onda opposta della sfiducia e della critica sterile. Una risposta anche ai cosiddetti rottamatori, che vogliono semplicemente sostituire gli uomini ad altri uomini. Noi vogliamo sostituire delle idee con altre idee migliori, perché la gioventù non è semplicemente una condizione anagrafica, ma piuttosto uno status mentale. Ci sono giovani “vecchi” che interpretano il fare politica in maniera polverosa e stantìa, e vecchi giovani, la cui azione politica è ispirata dal faro della lungimiranza. Credo che sia tempo di premiare le idee migliori: questa è la rivoluzione del merito. Quindi porteremo avanti la proposta dei congressi aperti, con il costo della tessera ad 1€: la maggioranza si stabilisce sul consenso, non sul Modello Unico. Ci batteremo per l’istituzionalizzazione delle primarie a tutti i livelli, affinchè i cittadini possano finalmente scegliere i propri rappresentanti. Così come lotteremo per un partito di eletti e non di nominati. Quindi ognuno di noi si deve adoperare affinchè i nostri rappresentanti approvino quanto prima una legge che tagli il numero di parlamentari riducendone alcuni privilegi, si continui a sforbiciare i costi delle regioni, delle provincie e di tutte quelle partecipate che spesso sono dei poltronifici per politici “trombati”. Non possiamo permettere che il vento dell’antipolitica, armato anche da lobbies di potere che mirano a delegittimare la politica tutta per interessi personali o di parte, distrugga il tessuto sociale ed economico, così come il lavoro di tanti di noi che alla Politica donano la vita.

A questo punto non rimane che unire le nostre forze per applicare la rivoluzione del merito, unica soluzione che può risvegliare l’Italia dal torpore economico e valoriale in cui è caduta in questi anni. Avanti, giovani di tutte le età, nulla è perduto, la sfida inizia adesso.

martedì 23 agosto 2011

Il passaggio delle acque (di René Guénon)


Hieronymus Bosch, San Cristoforo, olio su tavola, 1496 circa. Museo Boijmans Van Beuningen, Rotterdam.
Hieronymus Bosch, San Cristoforo, olio su tavola, 1496 circa. Museo Boijmans Van Beuningen, Rotterdam.
di René Guénon (dal "centro studi La Runa")

Ananda K. Coomaraswamy ha segnalato che, sia nel buddhismo sia nel brahmanesimo, la “Via del Pellegrino”, rappresentata come un “viaggio”, può essere messa in rapporto con il fiume simbolico della vita e della morte in tre modi: il viaggio può essere compiuto sia risalendo la corrente verso la sorgente delle acque, sia attraversando il fiume verso l’altra riva, sia infine discendendo la corrente verso il mare. Com’egli fa notare molto giustamente, quest’uso di diversi simbolismi, contrari solo in apparenza ma aventi in realtà un medesimo significato spirituale, si accorda con la natura stessa della metafisica, che non è mai “sistematica”, pur essendo sempre perfettamente coerente; bisogna quindi fare solo attenzione al senso preciso nel quale il simbolo del fiume, con la sua sorgente, le sue rive e la sua foce, deve essere inteso in ciascun caso.

Il primo caso, quello della risalita della corrente, è forse per certi riguardi il più notevole, poiché bisogna allora concepire il fiume come se si identificasse con l’Asse del Mondo: è il “fiume celeste” che scende verso la terra e che nella tradizione indù è designato con nomi come quelli di ganga e di saraswati, che sono propriamente i nomi di certi aspetti della Shakti. Nella Cabala ebraica questo fiume della vita trova la sua corrispondenza nei canali dell’albero sefirotico, per mezzo dei quali le influenze del “mondo di su” vengono trasmesse al “mondo di giù” e che sono anche in relazione diretta con lashekinah, che equivale in fondo alla Shakti; vi si parla anche delle acque chescorrono verso l’alto, espressione del ritorno verso la sorgente celeste, rappresentato allora non proprio dalla risalita della corrente, ma da una inversione della direzione della corrente stessa. In ogni modo, si tratta sempre di un “capovolgimento”, che d’altra parte, come nota Coomaraswamy, era raffigurato nei riti vedici dal capovolgimento del palo sacrificale, altra immagine dell’”Asse del mondo”; dal che si vede immediatamente come tutto ciò si leghi strettamente al simbolismo dell’albero rovesciato.

Si può notare ancora come tutto questo presenti tanto una somiglianza quanto una differenza con il simbolismo dei quattro fiumi del Paradiso terrestre: questi ultimi scorrono orizzontalmente sulla superficie della terra, e non verticalmente secondo la direzione assiale; ma essi hanno la loro sorgente ai piedi dell’”Albero della Vita” che naturalmente è anche l”Asse del Mondo”, e così pure l’albero sefirotico della Cabala. Si può dunque dire che le influenze celesti, le quali scendono attraverso l”Albero della Vita” e arrivano così al centro del mondo terrestre, si diffondono poi in esso secondo questi quattro fiumi oppure sostituendo l’”Albero della Vita” con il fiume celeste, si può dire che questo, arrivando a terra, si divide e scorre secondo le direzioni dello spazio. In tali condizioni, si potrà considerare che la “risalita della corrente” si effettui in due fasi: la prima, sul piano orizzontale, conduce al centro di questo mondo; la seconda, a partire di là, si compie verticalmente secondo l’asse, ed era quest’ultima a essere considerata nel caso precedente; aggiungiamo che, dal punto di vista iniziatico, queste due fasi successive hanno la loro corrispondenza nei rispettivi ambiti dei “piccoli misteri” e dei “grandi misteri”.

Il secondo caso, quello del simbolismo della traversata da una riva all’altra, è probabilmente più noto e più comune; il “passaggio del ponte” che può anche essere quello di un guado, si ritrova in quasi tutte le tradizioni e anche, in special modo, in certi rituali iniziatici; la traversata può anche effettuarsi su una zattera o in una barca, il che si ricollega allora al simbolismo universale della navigazione. Il fiume che si deve così attraversare è più in particolare ilfiume della morte; la riva da cui si parte è il mondo soggetto al cambiamento, cioè l’ambito dell’esistenza manifestata (considerata il più delle volte particolarmente nel suo stato umano e corporeo, poiché da questo dobbiamo in effetti partire), e l’”altra riva” è il nirvana, lo stato dell’essere definitivamente liberato dalla morte. Per quanto concerne infine il terzo caso, quello della “discesa della corrente”, l’Oceano vi deve essere considerato non come una distesa di acqua da attraversare, bensì come la meta da raggiungere, quindi come rappresentazione del nirvana; il simbolismo delle due rive è qui allora diverso da quello di poco fa, e fornisce anche un esempio del doppio senso dei simboli, poiché non si tratta più di passare dall’una all’altra riva, ma di evitarle ugualmente entrambe: esse sono rispettivamente il “mondo degli uomini”e il “mondo degli dei”, o ancora le condizioni “microcosmiche” e “macrocosmiche”. Per giungere allo scopo vi sono anche altri pericoli da evitare nella corrente stessa; essi sono simboleggiati in particolare dal coccodrillo che si tiene “controcorrente”, il che implica che il viaggio si effettui nel senso di quest’ultima; tale coccodrillo, alle cui mascelle aperte si tratta di sfuggire, rappresenta la morte e come tale è il guardiano della porta, raffigurata allora dalla foce del fiume (che si dovrebbe più esattamente considerare, come dice Coomaraswamy, come una bocca del mare nella quale il fiume si riversa).

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Brani tratti da Simboli della scienza sacra (ed. Adelphi).

lunedì 22 agosto 2011

Il vero deficit è dei valori (di Massimo Fini)


http://liberapiemonte.it/files/2011/07/soldi_sporchi_prezzo_corruzione_intervista_iliapolis_alessandra_calise.jpg
di Massimo Fini
In un articolo pubblicato sul Corriere il 17 agosto (“Il vero disavanzo delle democrazie”) il settantenne Ernesto Galli della Loggia, docente di Storia contemporanea all’Università Vita-Salute del San Raffaele (curiosa parabola per uno che era partito comunista e si è scoperto, al momento opportuno, liberale e forse anche pio), storico che non ha mai scritto un libro di storia, risvegliandosi da un letargo durato quasi mezzo secolo, da quando era un giovane e promettente collaboratore dell’Einaudi, scopre che il deficit dei sistemi democratici sta nella loro mancanza di valori o, per usare il suo linguaggio contorto, nella loro “unidimensionalità economicista”. Geniale.

Nel mio spettacolo teatrale del 2004 Cirano, se vi pare… dicevo: “La democrazia è un metodo, un sistema di forme e di procedure, non è un valore in sé e non produce valori. È un contenitore, un sacco vuoto che andrebbe riempito. Ma il pensiero e la pratica liberale e laica, che sono il substrato sul quale la democrazia è nata, mentre facevano ‘tabula rasa’ dei valori precedenti, non sono stati in grado, in due secoli, di riempire questo vuoto se non con contenuti quantitativi e mercantili”. In realtà nella pièce riprendevo concetti espressi quasi un quarto di secolo prima ne La Ragione aveva Torto? e ribadite poi in Denaro. Sterco del demonio (1998), nel Vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità (2002) e in Sudditi. Manifesto contro la Democrazia (2004).

In realtà la democrazia, almeno così come si è storicamente determinata, non è che l’involucro legittimante del modello di sviluppo basato sul mercato. E il mercato, che è uno scambio di oggetti inerti, non può produrre valori, né laici né di qualsiasi altro tipo. L’unica divinità veramente condivisa è il Dio Quattrino. E la vera debolezza dell’Occidente democratico (in questo Della Loggia ha ragione, anche se arriva fuori tempo massimo), lo vediamo in rapporto con altre culture, Islam in testa, proprio in questo vuoto di valori.

Bisogna aggiungere che la democrazia, perlomeno quella rappresentativa, non solo non aiuta a costruire valori condivisi, ma sembra il sistema perfetto per demolirli. La liberal-democrazia si è infatti venuta strutturando, contro le intenzioni dei suoi padri fondatori (Stuart Mill, John Locke, Alexis de Tocqueville), come un sistema di partiti in competizione fra di loro. I partiti per conquistare consensi hanno bisogno di apparati (il voto di opinione, secondo lo stesso Norberto Bobbio, gran studioso e strenuo difensore della democrazia, “è solo quello di coloro che non votano”). Per mantenere gli apparati hanno bisogno di soldi, per procurarseli li drenano illegalmente dal settore pubblico, di cui si sono impossessati, o da quello privato tenendo l’imprenditoria sotto ricatto (o mi dai la tangente o non vincerai mai un appalto). Essendo abituati a corrompere o a farsi corrompere per superiori esigenze di partito, i dirigenti politici diventano, quasi sempre, dei corrotti in nome proprio. Questa corruzione pubblica trascina fatalmente con sé i cittadini (se rubano loro perché non dovrei farlo anch’io?) spazzando così via tutta una serie di valori, onestà, lealtà, dignità, che tengono insieme una comunità.

A ciò si aggiunge che i partiti, pur di non scontentare i rispettivi elettorati, perdono completamente di vista l’interesse nazionale. E questo non è un vizio solo italiano se in America, Paese che deve le sue passate fortune a un fortissimo senso di appartenenza nazionale, repubblicani e democratici si stanno scannando da mesi mentre il loro Impero rischia di crollargli sotto i piedi. Per cui sento di poter dire che l’attuale crisi economica non è solo il segno del fallimento di un modello di sviluppo ma anche del suo involucro legittimante: la democrazia.

domenica 21 agosto 2011

STRAGE DI BOLOGNA: LA VERITA' SI FA LARGO...


Pubblichiamo con piacere alcuni pezzi recentemente usciti, che mostrano notevoli cambi di rotta nell'interpretazione della natura e dell'esecuzione in merito alla strage di Bologna, del 2 agosto 1980. La più grande strage che il nostro paese ricordi, passata prematuramente e con processi dubbi e contestati da più parti, è da sempre stata etichettata come "fascista". Molte vittime, qualche colpevole di comodo e tutto a tacere. Ma la storia vuole che ogni tanto la Verità venga anche a galla. E dio solo sa quanto questo paese ne abbia bisogno. Oggi che si comincia a far luce su quei tragici eventi i cronisti e l'intellighenzia iniziano ad usare toni diversi, ma occorre ricordare a tutti che quando queste stesse tesi erano proposte dalla nostra area politica, tre decenni orsono, fummo dipinti come dei pazzi, degli invasati e dei difensori oltranzisti di cause perse, di criminali assodati e di trame oscure. Evidentemente avevamo ragione. 


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Strage della stazione, pista palestinese Indagati due terroristi tedeschi

Bologna, 19 agosto 2011 - DOPO 31 anni, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia della strage di Bologna. L’inchiesta bis aperta sulla bomba che il 2 agosto 1980 sventrò la stazione uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200 è infatti a una svolta clamorosa. Per la prima volta ci sono due nuovi indagati, che appartengono ad ambienti opposti rispetto al terrorismo nero di Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, condannati in via definitiva per l’eccidio. Il procuratore Roberto Alfonso e il pm Enrico Cieri, a pochi giorni di distanza dall’ennesimo, doloroso, anniversario, hanno iscritto sul registro degli indagati i terroristi tedeschi di estrema sinistra Thomas Kram, 63 anni, e Christa Margot Frohlich, 69. Entrambi legati al gruppo del famigerato terrorista internazionale Carlos lo Sciacallo, al secolo Ilich Ramirez Sanchez, attualmente detenuto in Francia. 

IL NUOVO scenario che prende corpo è quello della cosiddetta ‘pista palestinese’, secondo cui la strage fu una vendetta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina contro l’Italia, che aveva arrestato un suo dirigente. Per farlo, i palestinesi si sarebbero serviti del loro braccio armato, cioè il gruppo di Carlos. Kram il 2 agosto era a Bologna, all’hotel Centrale. La Frohlich, secondo alcuni testimoni, in quei giorni alloggiava all’hotel Jolly. La loro presenza in città, assieme ad altri elementi raccolti con certosina pazienza dalla Digos, ha convinto gli inquirenti a indagarli. La mole di atti raccolta è enorme: perizie sugli esplosivi, corpose traduzioni dei dettagliati rapporti della Stasi, l’ex polizia della Germania Est che pedinava il gruppo di Carlos, deposizioni, verbali, informative. Tutto contenuto nel rapporto finale che la Digos ha consegnato in Procura e che ha convinto i magistrati a procedere sull’impervia strada della ‘pista palestinese’.

IL TUTTO mentre Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime del 2 agosto, ha sempre bollato come falsità quella pista chiedendo, anche tramite due esposti, che si indaghi invece per trovare i mandanti, finora ignoti, di Mambro e Fioravanti. Ma la teoria della rappresaglia palestinese annovera diversi sostenitori. Il primo fu l’ex presidente Francesco Cossiga, che in quel terribile agosto ’80 era presidente del Consiglio. Più di recente, chi si è sempre battuto a favore di quella pista è stato il deputato di Fli Enzo Raisi, membro della commissione parlamentare Mitrokhin, dai cui atti è nata l’inchiesta bis della Procura, partita nel 2005. E ancora: il giudice Rosario Priore, che da tanti anni indaga su Ustica.

NON sarà facile, per i magistrati, far luce sui misteri della strage. I due tedeschi, già sentiti come testimoni, si sono rifiutati di rispondere. Se ora verranno interrogati come indagati, probabile che tacciano di nuovo. Carlos, dalla sua prigione parigina, parla addirittura di un terzo scenario e dice che fu la Cia mettere la bomba. In Procura nessuno vuole parlare. Si temono i contraccolpi mediatici. I prossimi passi saranno decisivi. In un senso o nell’altro.

di GILBERTO DONDI per IL RESTO DEL CARLINO

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La strage di Bologna Sono indagati 2 tedeschi: pista del terrorismo rosso


Bologna - Due terroristi tedeschi di estrema sinistra, Thomas Kram, 63 anni e Christa Margot Frohlich, 69 anni, sarebbero indagati nell’inchiesta bis della Procura bolognese sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 dove persero la vita 85 persone ed altre 200 rimasero ferite. Entrambi gli indagati sarebbero legati al gruppo del terrorista internazionale Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos "lo Sciacallo" detenuto in Francia. Ne dà notizia il quotidiano "Il Resto del Carlino". Nessuna conferma né smentita da parte della Procura. 

La pista palestinese Kram e Frohlich appartengono ad ambienti opposti rispetto al terrorismo nero di Valerio Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini condannati in via definitiva per la strage di Bologna. L’inchiesta bis della ha preso in considerazione lo scenario della cosiddetta "pista palestinese" secondo cui la strage fu una vendetta del Fronte popolare per la liberazione della Palestina contro l’Italia che aveva arrestato un suo dirigente. Per questo, sempre secondo questa ipotesi, i palestinesi decisero di servirsi del loro braccio armato, cioè, il gruppo di Carlos. Kram, il 2 agosto 1980 era a Bologna all’hotel Centrale. E secondo alcuni testimoni - riferisce ancora il Resto del Carlino - la Frohlich in quei giorni alloggiava all’hotel Jolly. La loro presenza in città e altri elementi raccolti dagli investigatori, avrebbe convinto gli inquirenti ad indagare i due cittadini tedeschi. Questa indagine fu aperta in seguito alle risultanze della commissione parlamentare Mitrokhin. Al centro degli accertamenti - avviati dall’ex procuratore capo di Bologna Enrico Di Nicola e dal pm Paolo Giovagnoli e dall’inizio del 2009 passati al pm Enrico Cieri - c’è proprio Thomas Kram, l’esperto di esplosivi appartenente alla cellula terroristica Revolutionaere Zellen. Sulla scia degli atti prodotti dalla Commissione Mitrokhin l’indagine ha percorso appunto la pista del terrorismo palestinese. Secondo la ricostruzione della Commissione, nel periodo precedente alla strage di Bologna, vi era tensione tra l’Fplp e l’Italia per l’arresto del suo rappresentante nel nostro paese, Abu Anzeh Saleh.

Presenteremo un nuovo esposto "Noi non abbiamo dubbi: entro fine anno faremo un nuovo esposto più dettagliato, per chiedere di andare avanti, e proseguire le indagini da dove sono arrivati i magistrati di Cassazione che hanno condannato Mambro, Fioravanti e Ciavardini. Ci sono gli esecutori, ci sono i depistatori: per noi quella è la strada giusta per arrivare ai mandanti". Paolo Bolognesi, per l’associazione tra i familiari e le vittime della Strage del 2 agosto a Bologna, commenta così la notizia dell’iscrizione di due terroristi tedeschi sul registro degli indagati. Una iscrizione che Bolognesi ammette essere arrivata inattesa anche perché "tutte le notizie che dalla procura filtravano sulla stampa era che la "cosiddetta" pista palestinese fosse un buco nell’acqua, o qualcosa di simile".

Il nuovo esposto cui allude il presidente è il seguito di quello presentato nei mesi scorsi dall’associazione ai pm di Bologna. Un’istanza in cui l’associazione chiedeva di indagare sui mandanti, partendo soprattutto dalle carte del processo di Brescia sulla strage di piazza della Loggia, ma anche da altri atti processuali. Carte da cui si evince, per Bolognesi, che Mambro e Fioravanti (che hanno sempre negato la responsabilità della strage, ndr) erano inseriti in un preciso contesto di terrorismo nero e non "spontaneisti". Un’istanza che suggerisce quindi un contesto ben diverso dalle conclusioni della ’pista palestinesè emersa dalle carte della Commissione Mitrokhin, e che invece resta nell’alveo tracciato dalla passate sentenze. Bolognesi ha ribadito comunque rispetto per le indagini e per gli inquirenti («non sta certo a noi giudicare o ostacolare il loro lavoro») prendendo anche in considerazione l’ipotesi che «ci possono essere motivi tecnici per cui, per compiere certi atti, è necessaria un’iscrizione sul registro egli indagati. Ma devo ancora parlarne con i nostri avvocati». Ma, ha concluso con forza «lo ripeto: negli anni tutte le piste ’internazionalì si sono rivelate delle bufale, messe tra i piedi dei giudici per confondere le acque».

DA IL GIORNALE

sabato 20 agosto 2011

LA GAFFE DI TOMMASI. ACCUSA CASAGGì DI NEGAZIONISMO E VIENE SBUGIARDATO IN POCHE RIGHE...


Quest'oggi siamo stati incuriositi da un articolo di Saverio Tommasi, uno dei tanti che non perdono mai occasione per darci addosso e che, tra una protesta in gabbia sul tettino di una macchina e uno spettacolo teatrale, è solito girare documentari nei quali si cerca con ogni mezzo di dire al mondo quanto siamo cattivi, violenti e cretini. 

Oggi ce l'ha con un link che riportiamo nell'elenco dei nostri suggerimenti ai naviganti, quello della libreria Orion. Il link in questione cozzerebbe coi nostri richiami alla pacificazione nazionale, perchè tra le migliaia di testi che la libreria vende on line ve ne sarebbe uno che negherebbe l'esistenza dell'olocausto. 

Dover rispondere per conto di un sito web che non è da noi gestito e che vende migliaia di testi che sono pubblicati da case editrici, e quindi considerati "commerciabili", ha del ridicolo, come avrebbe del ridicolo controllare tutte le migliaia di testi che un centro librario offre prima di entrarci o di pubblicizzarne le attività.  E questo non vale solo per noi, ma anche per il signor Tommasi, che questa volta ha fatto una gaffe fuori misura...

Facendo un giro in rete, e volendo ragionare col metro di misura del signor Tommasi, DOBBIAMO DEDURRE CHE LUI PER PRIMO E' UN SOSTENITORE DEL NEGAZIONISMO. Perchè? Qualche tempo fa, come pubblicizzato nel suo sito, ha tenuto una presentazione di un suo libro presso LA FELTRINELLI


Ma LA FELTRINELLI, come facilmente si vede navigando in rete, propone l'acquisto di "Negare la storia? Olocausto: la falsa convergenza delle prove", di Carlo Mattogno, principale esponente italiano di quel filone che è stato etichettato come "negazionista". 


Una non attenta visualizzazione dei maggiori portali librari italiani ha inoltre fatto sfuggire al signor Tommasi, trascorsi personali a parte, che:

IBS, principale portale italiano per la vendita dei libri sul web, propone ancora una volta questo testo:

UNILIBRO, portale preso ad esempio da tutte le librerie universitarie d'Italia, propone addirittura una dozzina di titoli dello stesso autore, tra i quali "Olocausto: dilettanti allo sbaraglio", "Auschwitz: fine di una leggenda" e molti altri. 

LIBRERIA UNIVERSITARIA, sito web che occupa il primo posto nella vendita di testi per gli studenti, offre il medesimo testo:

lo stesso vale per HOEPLI, la grande libreria in rete:

Amazon.it, invece, vende in rete "Hitler e il nemico di razza. Il nazionalsocialismo e la questione ebraica", sempre dello stesso autore...

SAVERIO, TALVOLTA IL SILENZIO E' LA MIGLIORE ACCUSA.
SE NON ALTRO, EVITA BRUTTE FIGURE...