Questa notte i militanti di Casaggì hanno ricordato Mikis Mantakas, nell'anniversario della morte. Un migliaio di locandine sono state affisse in città , richiamando quell'Europa libera, armata e sovrana che Mikis voleva costruire. Non ebbe il tempo e il modo di farlo in prima persona, a causa di una morte prematura procurata da assassini senza umanità, ma il testimone ideale di quelle volontà è stato raccolto e continua a bruciare.
lunedì 28 febbraio 2011
sabato 26 febbraio 2011
LUIS FERDINAND CELINE!

da M39
Ogni parola di questo artista distrugge le certezze e le aspirazioni della società moderna, dimostrando con la sua insuperabile arte che sono inconsistenti e vane. Che questo grande uomo sia stato corroso dall’angoscia, sia stato scosso dalla miseria umana, sia stato turbato da lotte interiori e da battaglie contro la società, tanto da farlo sembrare un po’ folle, è innegabile; ma nonostante avesse uno spirito pazzo dentro di sé, come alla fine lo ha ogni grande artista, non si può negare neanche le sue grandi qualità: il suo genio, che riuscì a imprimere su carta le angosce e le sofferenze dei contemporanei, il suo coraggio, che lo portò a lottare solo contro tutto il mondo, e il suo animo generoso, che lo portò a occuparsi disinteressatamente di ogni povero, anche del più piccolo uomo. Ma ciò che più di ogni altra cosa deve essere ricordata di Celine è senza dubbio la sua terribile visione del mondo e della società umana moderna, del suo desiderio di riscoprire i valori perduti, che davano un senso all’esistenza, che erano il sale della vita. Ma non riuscirà mai nel suo intento: il mondo imperversa nella sua pazzia, tanto da renderlo pazzo, come la sua generosità verso i poveri lo rese povero. Miseria, angoscia, insensatezza della vita, terribile ironia: queste sono le parole chiave per capire Celine, queste sono le immagini con cui Celine rappresenta il mondo di oggi.
Louis Ferdinand Destouches, che poi assunse dalla cara nonna lo pseudonimo di Celine, nacque nel 1894 a Courbevoie, nei sobborghi di Paris, da un impiegato di assicurazioni e da una negoziante. Per via delle violenze subite dal dispotico padre ebbe un’infanzia infelice. In questo periodo i due suoi punti di riferimento furono la cara nonna e lo zio Eduard. Il padre lo mandò a studiare lingue all’estero in Inghilterra e Germania. In seguito tornato in patria visse negli angusti e tristi Passage Choiseul a Parigi, importanti per l’influsso sul suo pensiero; essi infatti rappresentano una sorte di prigione interiore per Celine, quei luoghi così fatiscenti e degradati sono uno specchio dell’anima, della sua anima . Con la maturità Celine inizia a vivere la sua vita appieno nel 1912 quando si arruola volontario in un reggimento della fanteria dell’esercito francese.
Nel 1914 scoppiata la grande guerra prende parte al conflitto dimostrando valore e coraggio con alcune azioni eroiche tanto che si guadagnerà come decorazione militare la Croce di Guerra e diventerà per tutto il popolo di Francia un vero e proprio eroe nazionale. Rimasto ferito a un braccio viene congedato nel 1915 lasciando impressa dentro di se per tutta la vita il ricordo della guerra. Nei bordelli di Londra, città dove lavora in questi anni al consolato francese, incontra la sua prima moglie. L’amore durò pochi mesi. Dopo una breve esperienza in Camerun, dove dirige una piantagione di cacao, e tornato di nuovo in patria per via della malaria che aveva contratto si dedicò agli studi di medicina a Rennes laureandosi nel 1924. Dal 1924 al 1928 lavora come medico per la Società delle Nazioni girando per il mondo.
Tornato in Francia si dedica all’attività di medico, ma più che medico si potrebbe definire un vero e proprio filantropo, perché decise di curare i suoi pazienti gratuitamente, non potendo i malati pagare la parcella a causa della loro povertà. Celine finisce per diventare anche lui povero, ma questa esperienza sarà per lui un fatidico insegnamento: capisce che le aspirazioni della società moderna, la fama, il potere, la ricchezza materiale, sono desideri inconsistenti; capisce che la società è malata per mancanza di morale e di valori. L’ironia e la morte sono gli unici due grandi concetti per far tornare l’uomo con i piedi per terra e renderlo capace di uscire dal gregge e di scappare dal grigiore e dalla piattezza della vita ordinaria.
Con l’avvento di Hitler e del nazismo Celine si schierò a favore della politica antisemitica e antibolscevica tanto che ipotizzò un’alleanza tra dittature nazi-fascisti contro le democrazie occidentali al fine di combattere l’ebreo, il comunista e il capitalista, viste più come figure metaforiche negative dell’interiorità dell’uomo che come veri e propri nemici fisici. Coerente con le sue idee seguì i tedeschi in ritirata dalla Francia. Verrà accusato di essere un collaborazionista del nazismo per motivi di lucro. In realtà fece queste scelte da buon ex combattente e nazionalista credendo che incarnassero il bene per la sua patria. Nel 1945 finita la guerra fu esiliato dalla Francia e andò in Danimarca. Vi rimase fino al 1951 quando venne firmato l’armistizio, ma tornato in patria venne isolato da tutti e estromesso da qualsiasi attività economica, sociale o culturale.
Lo rigettarono i circoli intellettuali e le case editrici non stampavano le sue opere per via del suo passato burrascoso. Lo scrittore francese di sinistra Sartre fece di tutto per isolare le sue idee come il risultato del pensiero di un pazzo. Completamente emarginato visse gli ultimi anni della sua vita a Meudon in compagnia della fedelissima moglie Lucette e dei suoi amatissimi animali, curando di tanto in tanto i pochi che si volessero far curare da un vecchio medico, ritenuto pazzo da tutto il mondo. Qui scrisse le sue ultime opere, a cui dedicò tutto il suo tempo fino alla morte. Lui stesso si emarginò dalla società che lo aveva rifiutato, rinchiudendosi in una sorte di folle solitudine: non usciva quasi mai di casa, si vestiva come un barbone, aveva la barba lunga e incolta, ma lavorava, lavorava tantissimo. Il grande scrittore francese, che scosse con le sue opere la mentalità del 900, si spense tristemente e in solitudine come un vecchio barbone nel 1961: la sua tomba, a Meudon, è una sobrissima lastra di marmo su cui è incisa una croce e un veliero, simbolo del suo amore per il viaggio, sia fisico che mentale.
La sua prima opera fu “Viaggio al termine della notte”, pubblicata nel 1932, scritta mentre curava i poveri a Parigi gratuitamente. Quest’opera gli procurò un immenso successo per come descriveva brutalmente la vita moderna e i suoi mali, che rendono l’uomo un automa senz’anima. È un romanzo largamente autobiografico, in cui esprime il suo giudizio estremamente negativo e pessimistico sulla società attuale. Infatti rivela la sua concezione dell’esistenza umana con orrore e ironia, vedendola piatta e inconsistente, in una parola insignificante davanti agli eventi storici. Secondo lo scrittore il mondo ha perso la sua morale , rendendo ancora più labile e indistinta la distinzione tra bene e male.
L’uomo moderno è vittima di un inaridimento sistematico, causato dall’industrializzazione capitalista, dalla povertà e dalle aspirazioni inconsistenti di un potere sempre più grande, di un continuo progresso senza freni e di una ricchezza senza limiti. L’industrializzazione infatti è un alienamento dalla realtà per le sue ripetute catene di montaggio, costruite dalla cupidigia della borghesia capitalista; la sono vacui e materialistici. Ciò causa una completa aberrazione dell’individuo, povertà è una sorta di malattia che provoca dolore e sofferenza, mentre i desideri della società costretto a mescolarsi insieme al gregge, a vivere una vita squallida e piatta, a essere una specie di robot senza idee e senz’anima. Le uniche medicine per combattere questo mondo impazzito e malato sono la morte e l’ironia: solo così l’uomo si riscoprirà individuo ben distinto dagli altri e riuscirà a uscire dal grigiore della vita. Anche il viaggio è un mezzo per sfuggire alla miseria della vita, inteso sia in ambito fisico che interiore.
Successivamente nel 1936 pubblica “Morte a credito”, romanzo nel quale ripercorre le tristi esperienze subite durante l’infanzia e l’adolescenza: le percosse subite dal padre, le ripetute umiliazioni, le continue incomprensioni e il suo stato d’animo pieno d’angoscia. Dalla sfera privata e personale si innalza a quella sociale: la sua condizione in realtà è specchio della misera condizione di tutta l’umanità, caduta in uno stato di degenerazione fisica e morale. La miseria dell’uomo moderno viene analizzata con crudezza e ironia, ancor di più che nella sua opera precedente.
Tra il 1937 e il 1941 Celine pubblica i tre pamphlet, che riscuotono da subito un enorme successo, ma poi verranno censurati per il contenuto troppo violento . Il primo libello, “mea culpa”, è una forte accusa al comunismo. Elaborò le tesi antisovietiche dopo un viaggio nell’URSS, dopo che vide la miseria e la distruzione dell’individuo generate dalla politica comunista. Inoltre Celine vedeva nel comunismo un nemico della patria, che metteva le diverse classi sociali della stessa nazione una contro l’altra, provocando una guerra civile fatale per la nazione stessa; da grande patriota non poteva tollerare una simile minaccia. Nel secondo e nel terzo libello dei pamphlet esprime le sue idee antisemite: questi due scritti furono causa della sua rovina e della sua emarginazione totale. Forse Celine era davvero antisemita, forse era davvero razzista, ma bisogna anche ammettere che in molti fraintesero e fraintendono questi due libelli.
Due sono le uniche certezze: Celine non fu mai stato un corrotto e le sue idee furono sempre finalizzate al bene e all’interesse della sua patria e del suo popolo. A lui non interessava tanto attaccare gli ebri per pura violenza e per puro odio, ma piuttosto perché vedeva in loro una minaccia per la Francia e per i francesi, come allo stesso modo vedeva una minaccia nel comunismo e nel capitalismo. Per capire al meglio le intenzioni di questo scrittore è necessario collocarlo all’interno del contesto storico e politico della sua epoca: prima della seconda guerra mondiale l’antisemitismo era diffuso in tutte le classi sociali europee, è un dato di fatto; effettivamente tra le due guerre dilagava soprattutto tra i nazionalisti, per ingenuità, per necessità di identificare il nemico in qualcosa, per dabbenaggine; tuttavia non trovò mai terreno fertile a causa di odio razziale o per amore della violenza. Prima dell’avvento di Hitler infatti l’antisemitismo era una cosa comune. Così Celine identifica nella Germania nazista gli alleati per intraprendere una guerra contro gli ebrei, i capitalisti e i comunisti.
Sebbene Sartre lo accusi di essere un corrotto, di essere filonazista e antisemita soltanto per un proprio tornaconto economico, Celine non era un corrotto, prese le scelte che prese non per soldi, ma perché fermamente convinto che quella fosse la giusta strada per riscattare l’individuo dalla sua misera condizione e far cessare i mali della società moderna. Dopo la guerra in effetti abbandona le sue idee antisemite, perché capisce che l’ebreo non è un nemico da combattere; e non agisce così per essere reintegrato nell’ambiente sociale, culturale o politico, perché non verrà mai reinserito nella società post bellica.
Durante glia anni in cui visse completamente isolato dalla società, lavorò alla sua ultima opera “Trilogia del Nord”, anch’essa autobiografica composta da “Da un castello all’altro”, “Nord” e “Rigodon”.
Racconta del suo viaggio disperato attraverso la Germania in fiamme nel 44-45 per raggiungere la Danimarca. Ma traspare che gli sconfitti non sono solo i vinti, ma anche gli stessi vincitori, che finiscono per cadere nella spirale di morte e distruzione che loro stessi hanno creato. La guerra ormai è persa ed è persa anche l’intera umanità con essa: la fine della guerra infatti non coincide con la fine delle sofferenze umane e dell’insensatezza dell’esistenza, anzi le aumenta.
Un’avventura disperata alla ricerca della felicità, di quella tranquillità, di quella gioia di vivere che Celine cercherà ossessivamente per tutta la sua esistenza, ma che non riuscirà mai a trovare. Le sue aspirazioni, tanto diverse da quelle degli altri uomini, non saranno mai raggiunte e il suo travaglio interiore lo ridurrà in uno stato di tristezza interiore.
OPERE:
-Viaggio al termine della notte Voyage au bout de la nuit, 1932
-Morte a credito Mort à credit, 1936
-I pamphlet: Mea culpa, Bagatelles pour un massacre, École des cadravres
-Trilogia del nord: D'un château l’autre, Nord, Rigodon
venerdì 25 febbraio 2011
Il segreto inconfessabile: la regia di Barack Obama dietro la rivolta in Egitto
Pubblichiamo questo pezzo di Marcello Foa, apparso su Il Giornale. Non siamo mai stati amanti del complottismo, ma ci pare che questo articolo - sul cui taglio si può essere più o meno d'accordo - offra qualche spunto di riflessione fuori dal coro.
di Marcello Foa
Come si vincono le guerre nell'era della globalizzazione? Muovendo gli eserciti? Talvolta sì, ma il risultato non è sempre soddisfacente e i costi spesso risultano superiori ai benefici. Ne sa qualcosa George Bush che nel 2001 si scagliò contro i talebani in Afghanistan e nel 2003 contro Saddam in Irak. Siamo nel 2011, quei conflitti durano ancora e la vittoria finale non è assicurata. Se l’America avesse usato altri metodi, probabilmente avrebbe risparmiato migliaia di vite, molti miliardi di dollari e ottenuto risultati più concreti e duraturi.
È la lezione che ha appreso Barack Obama, il quale in realtà sta combattendo la stessa guerra di Bush, nel senso che ne condivide le finalità strategiche. Che cosa voleva George W? Esportare la democrazia e, soprattutto, sostituire in Medio Oriente regimi decadenti, retti da leader impopolari, con regimi più rispettabili e leader più affidabili. Pensateci bene: è esattamente quel che si propone Barack Obama in Egitto e Tunisia. A cambiare è il metodo.
L'attuale inquilino della Casa Bianca opta per il soft power e per il proseguimento delle tecniche usate in Ucraina, Georgia e Serbia nella prima metà degli anni Duemila. Ricordate la protesta degli studenti di Belgrado che costrinse Milosevic alla fuga? E l'emozionante Rivoluzione arancione di Kiev? E quella Rosa contro Shevardnadze? Allora i media si emozionarono, esaltando la rivincita del popolo; oggi, però, sappiamo - documenti alla mano - che quelle rivolte non furono affatto spontanee, ma preparate con cura e sapientemente attizzate da società private di Pubbliche relazioni, che agivano per conto del Dipartimento di Stato. Washington aveva capito che, agendo con la dovuta cautela, la piazza poteva essere usata a proprio vantaggio.
Lo stesso sta avvenendo in queste settimane in Tunisia e in Egitto. Non limitatevi alle dichiarazioni ufficiali, alcune sono obbligate e rientrano in un gioco delle parti. Chiedetevi, piuttosto... Chi ha deciso la rivolta prima a Tunisi e ora al Cairo? L'esercito, che si è rifiutato di sparare sulla folla, legittimando le richieste dei manifestanti. E a chi sono legati i vertici militari egiziani e tunisini? Saldamente agli Stati Uniti. Chi comanda ora al posto di Ben Ali? I generali, democratici, nelle intenzioni, ma pur sempre generali.
La Tunisia, Paese piccolo, moderato e privo di risorse naturali strategiche, rappresentava il banco di prova. Il test è andato benissimo e allora Washington ha deciso di tentare con il più grande, ma più rischioso, Egitto. La nostra non è un'insinuazione, ma una deduzione. Fondata. Nei giorni giorni scorsi il Daily Telegraph ha scoperto, sepolto nel sito di Wikileaks, uno dei pochi documenti interessanti finiti nelle mani dell’ambiguo Assange. Documenti che rivelavano come nell'autunno del 2008 il Dipartimento di Stato avesse invitato a Washington diversi blogger e oppositori di Mubarak, intenzionati creare un'Alleanza democratica, che aveva come obiettivo finale quello di provocare un cambiamento di regime. Quando? Nel 2011, prima delle elezioni presidenziali. Scoop che che il governo Usa ha minimizzato e contestualizzato.
Però chiedetevi: chi ha dato, politicamente, il colpo di grazia a Ben Ali? E chi ha messo alle corde Mubarak? Sempre Barack Obama, il quale oggi al Cairo può contare sull'esercito e sul vice presidente, un altro generale, Suleiman; il vero uomo forte. L’analogia con Tunisi è eclatante.
Tutto quadra. Oggi. Domani, chissà; perché in Tunisia l’influenza dei fondamentalisti islamici è impalpabile, mentre in Egitto i Fratelli Musulmani sono molto popolari e in passato hanno dimostrato di saper muovere le piazze, all’occorrenza usando le armi. Questo rende il finale più incerto, ma non cambia l’analisi complessiva.
Esiste un’evidente continuità strategica tra Bush e Obama. E anche operativa. Gli incontri al Dipartimento di Stato si svolsero nell’autunno del 2008, quando Obama era ancora in campagna elettorale. Dunque in queste ore il democratico Barack ha esercitato un’opzione elaborata dal suo predecessore, il falco George. Ma non ricordateglielo. Si arrabbierebbe.
MOTÖRHEAD The Wörld is Yours

MOTÖRHEAD The Wörld is Yours (Emi 2010)
Per chi non ci credeva, Lemmy suona il blues, e che blues: la mitica Ace of Spades. Il celebre brano dei Motörhead è stato reinciso da Lemmy per lo spot di una famosa birra e poi inserito come bonus track nell’ultimo cd del gruppo inglese che uscirà questo mese.
Il ventesimo album di questa pietra miliare del rock si chiama The Wörld is Yours, disco impedibile per gli appassionati. Il titolo di questa fatica rock era già stato annunciato dal batterista del gruppo, Mikkey Dee, e aveva acceso l’interesse di tutto il mondo heavy.
Due anni dopo l’uscita di Motörizer, Lemmy e suoi tornano a centrare il bersaglio con un disco carico di rock duro e puro, teso fino allo spasimo e, soprattutto, incredibilmente veloce. La band è andata in giro “a far danni” in questo periodo su diversi palchi del Vecchio Continente, festeggiando così i 35 anni di presenza sulle scene di tutto il mondo: il tour si è chiuso a Madrid, il 19 dicembre.
Nonostante i Motörhead siano annoverati tra i capostipite del New wave of british heavy metal, Lemmy non ha mai considerato il suo gruppo una band metal, in tempi non sospetti aveva detto: «Metal di destra? Metal di sinistra? Metal di moda? Quest’espressione heavy metal è comunque solo rock ‘n roll perché i gruppi metal sono i logici eredi di Eddie Cochran e di Buddy Holly». E più tardi ha ribadito che «io suono rock ‘n roll e credo che questa musica sia sacra, lo è per me e non vedo come non debba esserlo per tutti».
Lo slogan con cui aprono i loro concerti testimonia il loro amore per il rock: «Siamo i Motörhead, suoniamo rock ‘n roll».
La line up del gruppo è mutata molte volte dal lontano 1975, sempre con Ian Fraser Kilmister (cioè Lemmy) al centro, ed è sempre stata, insolitamente, un trio. Nonostante le dichiarazioni, i Motörhead hanno fuso punk rock e heavy metal, gettando le basi dello speed metal o del trash metal (la musica dei Metallica, insomma).
La costante è però solo una: Lemmy e i suoi suonano solo quello che gli piace. E lo fanno alla grande.
giovedì 24 febbraio 2011
CASAGGì UNIVERSITA': DILANIARE IL MONDO DEGLI UGUALI!
Questa notte le facoltà fiorentine sono state tappezzate con le nuove locandine di Casaggì Università. Il nucleo studentesco della destra non conforme inizia il proprio percorso militante con un’azione fisica sul territorio. Prima lezione: dilaniare il mondo degli uguali. Un proposito alto, ideale, di riformare l’università partendo anzitutto dal materiale umano che la compone: dare contenuti, costruire avanguardie di pensiero e di stile, produrre uomini e non numeri, uccidere l’università azienda della burocrazia e dell’omologazione. Una battaglia folle e azzardata, quindi adatta a noi. Nei prossimi giorni verranno lanciate le nuove campagne, i programmi, i nuclei e le iniziative. Dopo aver balcanizzato le scuole fiorentine, sbarchiamo in facoltà. E ne vedremo delle belle!
La democrazia - come l'aritmetica - non è una scienza esatta
di Marcello De Angelis
Domenica, a protestare contro Berlusconi e in difesa della dignità delle donne, erano un milione. "Un milione, nel mondo", secondo i titoli dei giornali, perché anche in Francia, in Spagna e altrove, uomini e donne si sono mobilitati contro il Berlusconi sciupafemmine.
In effetti, ci ricorda la stampa, si trattava di donne ma anche di uomini e - come chiosa il presidente della provincia di Roma Zingaretti - anche di "ragazzi".
Quindi un milione di donne, uomini e ragazzi hanno protestato "nel mondo" contro Berlusconi. L'Italia ha quasi sessanta milioni di abitanti, dei quali i votanti sono circa quaranta a secondo della partecipazione. Gli abitanti del mondo sono circa sette miliardi.
Nel dicembre scorso circa ventimila tra studenti, precari, militanti comunisti e facinorosi generici hanno sfilato contro la riforma Gelmini. Secondo i giornali - ma anche secondo il presidente Napolitano - costoro rappresentavano il rifiuto degli studenti contro la riforma e il governo avrebbe dovuto ascoltare la loro voce, ritirando appunto la riforma. Gli studenti italiani dovrebbero essere circa otto milioni, i dati del Miur sono di difficile accesso o almeno lo sono per chi non abbia una laurea in statistica... Che ne penseranno della riforma gli altri sette milioni e novecentoottantamila che non hanno chiesto al governo di ritirarla?
Gli incidenti che hanno profondamente danneggiato il centro di Roma il 14 dicembre sono stati provocati da una "esigua minoranza" di circa duemila persone. Su ventimila fanno il dieci per cento.
La rivoluzione egiziana - assicurano prestigiosi quotidiani come La stampa - è stata la rivoluzione dei blogger. Il primo appello a scendere in piazza lanciato su facebook aveva raccolto più di diecimila firme e alla prima manifestazione indetta dal Nobel El Baradei avevano aderito seimila persone. L'Egitto ha 83 milioni di abitanti. Poi sono scesi in piazza i Fratelli musulmani e i dimostranti hanno raggiunto i due milioni nella sola piazza della Liberazione.
Quando - a costo di quasi un milione di vite umane - abbiamo "esportato" la democrazia in Iraq, alle prime elezioni libere il partito sciita - vicino ovviamente all'Iran - ha conseguito il 60 per cento dei voti. Gli sciiti in Iraq sono il sessanta per cento della popolazione. Gli osservatori occidentali si dichiararono delusi del fatto che gli iracheni non facessero buon uso del dono che gli avevamo elargito.
Anche gli algerini, nel 1990, fecero un pessimo uso dell'aritmetica e quindi della democrazia, dando la maggioranza assoluta agli islamisti del Fis. Per spiegargli che avevano sbagliato a votare ci volle un golpe militare e una guerra civile che è ancora in corso.
Quando in Palestina si tennero le prime elezioni libere, sotto il controllo di 280 osservatori internazionali che ne attestarono l'assoluta correttezza, il partito islamista Hamas ottenne la maggioranza assoluta. Per dare ai palestinesi la solita lezione di aritmetica gli abbiamo subito messo l'embargo e il blocco ai finanziamenti internazionali, in attesa che imparino che la democrazia significa che devono eleggere chi diciamo noi, non chi dicono loro.
Forse questa storia dell'esportazione della democrazia non funziona come dovrebbe.
Per tornare a casa nostra registriamo con amarezza che il 70 per cento dei mezzi di informazione - che, secondo la stampa estera è controllata integralmente da Berlusconi tanto che l'Italia è messa agli ultimi posti in quanto a libertà di stampa - è invece apertamente opposta a Berlusconi... (il che significa o che Berlusconi non controlla l'informazione o che è davvero un incapace). Basandoci su questi dati dovremmo evincere che la maggioranza degli italiani sia contro il Premier.
Ma l'aritmetica ci frega un'altra volta, perché in tutta Italia i lettori di quotidiani non superano i cinque milioni (compresi i giornali sportivi, che sono i più venduti) quindi anche se tutti i lettori votassero contro Berlusconi sarebbero comunque poco più del 10 per cento. La maggioranza è ancora dannatamente illetterata e quindi non segue come dovrebbe i consigli del Corsera.
La democrazia è il governo della maggioranza, che però, in tutto il mondo, vota sempre "sbagliato"... Per quanto i demagoghi si impegnino, il demos - testone - non impara mai. Delle due l'una: o rinunciamo alla democrazia o ci tocca tenerci Berlusconi. O - come teorizzano alcuni - resta sempre il buon vecchio golpe. In Cile i carriarmati... in italia i magistrati.
mercoledì 23 febbraio 2011
IN RICORDO DI ENZO FRAGALA'

Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Enzo Fragalà, uomo di grande spessore, brillante avvocato e politico come pochi. Fu aggredito in circostanze poco chiare mentre usciva dal suo studio legale, a Palermo. Morì dopo tre giorni di agonia.
Conoscemmo Enzo nell'estate del 2005, quando venne a Casaggì a presentare un magnifico dossier sulla strage di Primavalle, da lui realizzato. Rimanemmo colpiti dalla sua preparazione, dalla sua educazione e dalla sua tenacia. Indagava, studiava e cercava con tutto se stesso di sciogliere quei nodi che l'Italia non ha mai sciolto, come la strage di Bologna, per la quale si è battuto a lungo affinchè fosse fatta giustizia e la Verità, non quella di comodo del regime antifascista, venisse finalmente fuori.
Purtroppo non ha potuto finire il lavoro.
Ma c'è chi non lo dimentica.
Aspettiamo giustizia.
Casaggì Firenze
LETTERA APERTA IN RISPOSTA ALL'ASSESSORE MATTEI
Carissimo Assessore,
ti assolvo innanzi tutto da quel ruolo pedagogico, che ritieni, giustamente per quanto ti conosco, lontano dalle tue ideologie esistenziali ed anzi ti ringrazio per aver (ri)portato nel dibattito politico la figura di un grande intellettuale, quale ritengo Ernst Junger, e soprattutto alcune tematiche che la guerra moderna ad ogni forma di ideologia, ha relegato ormai fuori dal confronto e dalla dialettica politica.
“Chi nasce incendiario muore pompiere” scrivi, citando quel Ray Bradbury che deve aver stimolato tante generazioni della “tua” parte politica quante ne continua a stimolare oggi della “mia”, mentre ripensi a quando sognavi la “Madre Russia” come palliativo ai mali di un occidente che stava piano piano gettando le basi per le future generazioni tutte McDonald’s e Playstation.
La mia storia è differente. Chi mi ha cresciuto, politicamente parlando, non mi ha mai detto che l’Italia fascista rappresentasse il “bene assoluto” (sarà per questo che molti anni dopo, quando qualcuno ha preteso di insegnarmi che quell’esperienza era stata il “male assoluto” non ha goduto troppo della mia simpatia...), anzi, mi parlava di quella “pacificazione nazionale” che oggi pare finalmente più vicina, grazie anche a persone come te e come tutti coloro che scelgono la via del dibattito e del confronto.
Detto questo, torno alla citazione di Bradbury e ti dico che io mi sento ancora un incendiario. Credo ancora nel “fuoco delle idee”, nella possibilità cioè di riscaldare i cuori dei giovani (e perché no, dei meno giovani) con le parole, le gesta e le azioni dei grandi uomini che hanno scritto la storia. Per scegliere tra Rotondi e Fioroni, ne avranno di tempo.
Junger teorico della guerra, dici tu; lo stesso Junger, dico io, capace di scrivere che “In certi momenti di svolta della nostra gioventù possono presentarsi davanti a noi Bellona e Atena; l'una con la promessa di insegnarci l'arte di condurre abilmente venti reggimenti in modo che siano tutti schierati per bene al momento dello scontro, l'altra invece con il dono di saper disporre venti parole, in modo da formare una frase perfetta. Potrebbe accaderci di scegliere il secondo alloro, che fiorisce più raro e invisibile sulla roccia”.
Junger teorico dell’imperialismo, dici tu; Junger che scrive, dico io, uno dei più bei passaggi sulla libertà che si conosca: “Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in sé stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi tramettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l'incubo dei potenti”.
Accetto volentieri, poiché giunge da una persona stimata e critica, l’invito al confronto su quali siano i personaggi da ricordare e da erigere ad esempio per i giovani. Cogliamo l’occasione che questo 2011 ci pone d’innanzi, nel 150° Anniversario dell’Unità d’Italia e ripartiamo dagli Ultimi.
Accantoniamo per un attimo eroi, condottieri, premi Nobel ed intellettuali (veri o presunti) di grido e ripartiamo tutti insieme, destra, sinistra o ciò che resta di queste categorie che in verità mai ho amato, dai più umili, dai più semplici degli eroi: quei ragazzi, poco più che bambini, che con le loro gesta ed il loro sacrificio hanno permesso a tutti noi, oggi, di sentirci fieri di essere italiani.
E penso, mentre scrivo queste righe di risposta alla tua lettera aperta, ai fratelli Cairoli, ed a Guglielmo Oberdan, ad Enrico Toti ed a Goffredo Mameli, a Rosalino Pilo, a quel Nazario Sauro che prima di salire alla forca, diceva: “su questa Patria giura, e fai giurare a tutti i tuoi fratelli, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto, Italiani”, fino ai ragazzi che nel 1953 hanno difeso l’italianità di Trieste.
Caro Assessore, ti saluto con affetto, ringraziandoti anche per il riconoscimento che dai, nelle tue parole al mio lavoro; spero davvero che da questo scambio di vedute e di opinioni, scaturisca un sereno e sincero dibattito. Ogni giorno abbiamo modo, nelle sedi istituzionali, di dibattere di buche, di linee ATAF, di piste parallele, di autovelox e di degrado. Credo sia un bene per tutti, di tanto in tanto, mettere mano ai cassetti della nostra formazione politica e culturale e tirar fuori quelle visioni del mondo che, sicuramente, ci hanno animato, anche se in tempi diversi, nel momento in cui abbiamo scelto di schierarci e di abbracciare quel mondo, che per me resta bellissimo, della militanza politica.
Francesco Torselli
Goldman Sachs. Una garanzia di fallimento
di Angelo Spaziano
Chi fosse convinto che sciacalli, iene e locuste impazzano soltanto nelle savane africane o asiatiche dovrebbe andare a dare un’occhiata alla “civilissima” capitale del business mondiale: New York. Più precisamente alla Goldman Sachs Tower di Manhattan. Tutti ricordano un anno fa il fragoroso tracollo della Grecia “eurizzata”. Ma come fu possibile un collasso tanto repentino per un partner comunitario considerato fino a poco prima in una botte di ferro? E’ presto detto.
Il fatto è che Atene, al momento di accedere nell’esclusivo club dell’euro, in realtà aveva i conti messi peggio di quelli del Burkina Faso, ma nessuno lo sapeva. Anzi, no. Uno lo sapeva benissimo. Era la banca d’affari Goldman Sachs. A giudicare dai parametri richiesti dagli accordi di Maastricht, Atene, all’epoca, al massimo avrebbe potuto aspirare a giocare a Rubamazzo insieme all’Argentina dei bond-patacca o allo Zimbabwe dall’inflazione a sei zeri. Invece è stata proprio la Goldman Sachs a dotare Atene di tutti gli strumenti tecnici più sofisticati per truccare i suoi fallimentari bilanci e sviare i sospetti. Poi, una volta ottenuto il sospirato accesso all’esclusivo club della moneta unica, nel 2009 è stata sempre la Goldman a speculare contro il debito greco, essendo perfettamente a conoscenza dello stato di decozione in cui versavano le finanze olimpiche. E da quel momento in poi, mentre gli sciacalli di GS brindavano, la divisa del Vecchio Continente iniziava a vacillare, inseguendo un’emergenza appresso all’altra.La roulette russa innescata da questi incoscienti infatti ha visto andare in fibrillazione, dopo Atene, Dublino, Lisbona, Madrid, e poi…E poi, Dio ce ne scampi, potrebbe toccare a noi. E ancora.
I primi a intuire che la famosa bolla dei subprime era destinata a finire a schifìo furono immancabilmente i tecnici di Goldman Sachs. Ma quei paraculi dei manager dell’istituto d’oltreoceano, anziché allarmare chi di dovere e consentire la messa a punto di adeguati paracadute, fecero di tutto per rifilare le loro scadentissime sòle a degli sprovveduti senza santi in paradiso. Poveri diavoli che da un momento all’altro si ritrovarono in mano portafogli zeppi di titoli legati a prestiti dal valore della carta straccia. Vere e proprie discariche finanziarie costituite da cedole basate su crediti inesigibili.
E poi ci fu l’affare di Facebook. Memore della bolla internet del 2000, allorché Goldman accumulò miliardi d’introiti, la banca statunitense rastrellò un nutrito stock di titoli di Facebook per la bellezza di 450 milioni di dollari per poi rivenderli al suo esclusivo coté. Al momento “buono”, prevedono gli esperti della Goldman, i titoli devolveranno dei rendimenti da capogiro. E gli eletti soci di GS stapperanno bottiglie di Dom Perignon alla faccia dei fessi.
Insomma, dal 2000 in poi non c’è stata escalation speculativa – seguita naturalmente da fragorosi flop – che non abbia visto Goldman Sachs banchettare allegramente sulle carcasse degli incauti caduti nelle sue trappole. E alla luce di queste performances è perfettamente spiegabile la pessima nomea che accompagna gli usurai di Goldman. L’attività di cavalcare cinicamente bubboni speculativi per poi sgonfiarli al momento giusto mandando in malora intere economie è altamente remunerativa. Tant’è vero che pochi giorni fa il New York Times ha rivelato che a fine 2008, allorché il mondo era in preda a scenari da grande depressione del 1929, il gotha di Goldman Sachs, nell’impossibilità di distribuire benefit paragonabili a quelli degli anni precedenti, decise di emettere a favore delle “maestranze” 36 milioni di stock options.
All’epoca il titolo valeva 78 dollari circa. Oggi viaggia attorno ai 175. Vale a dire che i beneficati di quell’impresa di cravattari adusa a fare quattrini sulle sciagure della gente si sono ritrovati in tasca senza colpo ferire una bonanza pari a circa 3,6 miliardi di dollari. Il New York Times ha calcolato che negli ultimi 12 anni la cupola di GS s’è spartita in totale la bellezza di 20 miliardi di dollari. Tanto per fare un esempio, Lloyd Blankfein, uno squalo che nel 2009 ha arraffato 75 milioni di dollari, è riuscito a incassare 450 milioni in titoli (di cui 93 già realizzati).
Neppure la banda della Magliana, con tutto l’armamentario a sua disposizione, avrebbe saputo fare di meglio, confermando il detto secondo il quale “è più onesto svaligiare una banca che fondarla”. Insomma, non sarà facile sbarazzarsi di Goldman. Ma forse sarebbe meglio agire in modo di mettere questo maledetto sciame di locuste in condizione di non nuocere ulteriormente all’umanità.
martedì 22 febbraio 2011
NICCOLO GIANI: STORIA DI UN "MISTICO" DEL FASCISMO...

Il 14 marzo 1941 il tenente Niccolò Giani, nato a Muggia in provincia di Trieste il 20 giugno 1909, iscritto al Partito Nazionale fascista dal 1927, laureato in Giurisprudenza nel 1930, docente del Diritto del lavoro e previdenza sociale e del Centro di preparazione politica per i giovani, professore incaricato, alla facoltà di Scienze politiche dell’ Università di Pavia, di Storia e dottrina del fascismo, fondatore, nel 1929, della Scuola di Mistica fascista, direttore della rivista “Dottrina fascista” e del quotidiano “Cronaca prealpina” ,in forza all’11° reggimento alpini, morì, ucciso da una raffica di mitragliatrice alla gola, mentre, al comando di una pattuglia, tentava con un colpo di mano in piena notte, di conquistare la Punta Nord del Mali Scindeli.
Sei mesi dopo, il ministero della Guerra gli concesse la medaglia d’oro al valor militare. Di sé, impersonalmente, nella sua scheda personale custodita alla Scuola di Mistica, aveva scritto: “Fascista per temperamento, odia i faciloni, gli incensieri, i profittatori, ama il lavoro, la lealtà, l’onestà, il coraggio spregiudicato e le decisioni ferme. Crede in Dio, in Mussolini, nei giovani. Il suo mito è un Impero Fascista, con degli italiani consapevoli della dignità e della responsabilità di governare il mondo.”
Era passato molto tempo dal lontano 13 agosto 1928 quando, appena diciannovenne, Niccolò, studente e già ardente fascista, aveva sottoscritto una cartella del valore nominale di cento lire del prestito del Littorio, per dimostrare la sua fiducia in Mussolini e nella sua guida dell’Italia. Niccolò era nato alla periferia meridionale di Trieste, da Antonio Giani, farmacista, e da Floriana Frausin, entrambi nobili istriani. Sin da piccolo ricevette un’educazione non troppo severa ma sicuramente respirò da subito un’atmosfera patriottica. Venne molto colpito, infatti, dall’impresa fiumana di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari. La consapevole necessità di essere parsimonioso, l’abitudine a limitarsi al minimo indispensabile, la scelta di spendere il poco per l’acquisto dell’unico capitale che riteneva indispensabile ad accrescere la propria formazione culturale, cioè i libri, lo avvicinarono sin dall’inizio e sempre di più al popolo,inteso nella sua accezione più vera, mentre di contro, provò sempre un disprezzo illimitato per quella borghesia che egli intendeva più come categoria dello spirito che non classe economica, espressione di comportamenti di convenienza e convenzionali tipici di una mentalità classista e provinciale. Dopo aver frequentato, con i fratelli, il ginnasio-liceo “Dante Alighieri” di Trieste e successivamente il “Francesco Petrarca” si trasferì, nel 1926 , a Firenze, per frequentare la facoltà di Chimica.
Nel capoluogo toscano Niccolò prese in affitto una stanza con un letto, un comodino, un armadio, una scrivania e un bagno: una vita spartana tra pulizie e rammendi, pasti non certo luculliani ma numerosissimi libri sui quali passava ore per le sue letture. Il disprezzo della vita comoda, del quieto vivere, dell’apparenza piuttosto che della sostanza, la capacità di adattamento a qualunque situazione furono caratteristiche che assunsero importanza nella sua vita già a partire da quegli anni. Il giovane studente vedeva e osservava, da bambino aveva vissuto il clima tormentato del primo dopoguerra e della vittoria mutilata, aveva assistito alle temerarie imprese dei legionari fiumani, pronti a combattere per restituire le Terre Irredente e la dignità a tutta la Nazione, aveva sofferto delle crescenti divisioni all’interno dell’Italia, dell’odio sociale, ma soprattutto credeva che l’Europa e il Mondo avessero intrapreso la strada di una crisi inesorabile dei valori e dello spirito che la politica tradizionale fatta di ipocrisie e debolezze, di manovre e bizantinismi, non poteva o non voleva contrastare.
Di contro l’entusiasmo, l’attivismo, il coraggio, la gioia dei fascisti erano testimonianza di una forza e di uno spirito rivoluzionari, esempi della nuova Civiltà verso cui si sarebbe dovuto volgere lo sguardo. In Niccolò e in altri giovani fascisti era forte il mito dei martiri della rivoluzione fascista, degli squadristi diciannovisti e ovviamente di Mussolini. Il ribellismo, l’anticonformismo, le forti passioni sociali e l’indignazione verso l’opportunismo, la corruzione, le ambiguità e le mistificazioni della tradizionale classe politica italiana lo spinsero ad abbracciare l’unico movimento rivoluzionario nazionale ed europeo, il Fascismo. Alla fine del 1926, Niccolò, lasciò Firenze e la facoltà di Chimica e tornò nella sua città dove si iscrisse a Giurisprudenza e cominciò la sua attività giornalistica collaborando al “Popolo di Trieste”, quotidiano fascista della Venezia-Giulia, con una rubrica sui giovani.
Il 23 marzo 1927, ottavo anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento, si iscrisse al P.N.F con la prima leva fascista e nel 1928 entrò nei GUF ( Gruppo universitario fascista ), nel corso dello stesso anno si trasferì definitivamente a Milano dove cominciò a lavorare al “Secolo-La Sera”, nella città meneghina prese anche a frequentare la redazione del “Popolo d’Italia”dove conobbe, rimanendone affascinato, Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. All’interno del GUF milanese l’idea di fondare una scuola che si occupasse dell’ approfondimento e della divulgazione del pensiero fascista non solo come dottrina politica ma come concetto della vita, intesa come missione, e dello spirito basato sul desiderio e sulla volontà dell’agire portò alla nascita, per la passione e l’operosità di Niccolò e di un gruppo di studenti, della Scuola di Mistica fascista. L’apertura della Scuola avvenne il 4 aprile 1930, annunciata da un articolo su “Libro e Moschetto”(il giornale dei GUF) ed è sicuramente da ritenersi come la più bella arma forgiata ed impugnata dalla nuova leva della gioventù fascista di quegli anni, che aveva come scopo la dimostrazione del fascismo come nuova civiltà spirituale che esprimesse nella mistica la concezione volontaristica ed eroica del pensiero-azione contrapposta alla concezione meccanico-deterministica della vita espressione, a sua volta, della civiltà razionalistica e dei suoi sistemi politici (comunismo, democrazia, socialismo o liberalismo).
I giovani della Scuola rivendicavano il diritto a essere in prima fila sul piano della fedeltà al fascismo e nel servire la Nazione, Niccolò tra loro. Il 4 novembre 1935, il ventiseienne capomanipolo del 128° battaglione della V Divisione di camicie nere, Niccolò Giani, si imbarcò per Massaua per servire la propria Patria impegnata nella guerra d’Etiopia, lasciando a casa la moglie in attesa di un figlio, la sua cattedra di docente universitario, il posto da redattore del “Secolo-La Sera” e questo, tra i numerosi altri scritti: “L’uomo del fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di sé, il sacrificio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo”.
Il 7 ottobre 1936 Niccolò Giani, tornato da poco dalla guerra d’ Abissinia venne incaricato di dirigere la Scuola di Mistica, l’istituto infatti, dopo le dimissioni dello stesso, aveva smarrito le sue caratteristiche originarie di centro di divulgazione dei principi ispiratori della dottrina fascista, ma soprattutto, di fonte di passione e impegno per la gioventù. Nel novembre 1936 e, nel febbraio 1937, gli furono assegnate la medaglia di benemerenza per i volontari della campagne d’Africa e la croce al merito di guerra, proprio questi riconoscimenti possono spiegarci chiaramente e con poca retorica di che tempra fosse costituito il capomanipolo Giani : azioni che esaltassero l’individuo, al massimo condotte da una pattuglia composta da pochi elementi in grado di agire di sorpresa…l’azione nella sua forma più audace e rischiosa coincideva con il pensiero e con il modo di gestire la Scuola di Mistica. Niccolò Giani era un asceta, un dogmatico. Non ammetteva l’improvvisazione e la superficialità, della minoranza a cui era alla guida, depositaria dei principi e dei valori ispiratori del fascismo, egli rappresentò il punto di riferimento, l’alfiere pronto a lanciarsi oltre l’ostacolo.
Sotto l’impulso del suo direttore la Scuola riacquistò un ruolo di primo piano nell’ambiente culturale e politico del fascismo milanese e allo stesso tempo si attirò le invidie e le facili ironie dei frequentatori dei più o meno letterari salotti e caffè della città. I miltanti della Scuola avevano impegnato la propria vita sullo stile del sacrificio e della fede incondizionata al fascismo e sulla loro scelta gravava costantemente e subdolamente la minaccia dello “spirito borghese, spirito cioè di soddisfazione e di adattamento, tendenza allo scetticismo, al compromesso, alla vita comoda, al carrierismo”. Nella vita del militante della Scuola era doveroso contrastare i mezzi con i quali questa mentalità si manifestava: la viltà, intellettuale o fisica, l’impreparazione, l’ignoranza, non solo nella sua accezione scolastica, l’incompetenza, la meschinità. Giani era, sicuramente, un aristocratico del pensiero, lo spirito non avrebbe mai potuto soccombere di fronte alla materia. Tutte le rivoluzioni, i grandi sovvertimenti della storia avevano avuto, per Giani, una loro mistica, ossia un complesso di principi ciecamente accettati e condivisi dalle masse o da alcune minoranze compatte, avanguardie delle masse stesse. La mistica del fascismo si contrapponeva a quelle disgregatrici e distruttrici del liberalismo, della democrazia, del socialismo e del comunismo capaci di condurre l’umanità, rispettivamente, all’anarchia, all’instabilità politica e sociale, alla guerra civile, alla vita primitiva. La crisi che affliggeva la società, il sistema, secondo Giani, andava ricondotta alla mancanza di valori e di principi, religiosi, sociali, politici o economici che fossero, e al completo abbandono al relativismo, all’egoismo e al più sfrenato individualismo materialista…
Il rimedio per non soccombere di fronte a queste potenti forze disgregatrici avanzate prepotentemente nella storia dell’umanità attraverso la Rivoluzione francese del 1789 era costituito dal fascismo e dalla sua mistica “…se tutto il mondo degli immortali principii, della fraternità senza fratellanza, dell’eguaglianza disuguale, della libertà con i capricci sia coalizzato contro di noi...Siamo veramente sul piano dove la battaglia diventa difficile, seducente, importante perché battere i vecchi residui dei partiti politici italiani è stata una fatica ingrata, ma agitare un principio nuovo nel mondo e farlo trionfare, questa è fatica per cui un popolo o una rivoluzione passano alla storia”. I valori di questa rivoluzione, essenza del fascismo stesso, erano quindi il dovere come legge della vita, il credere poiché, senza una fede, la vita non merita di essere vissuta, la volontà, l’obbedire (solo obbedendo si conquista, poi, il diritto di comandare), il combattere, la giovinezza (una giovinezza non tanto fisica quanto spirituale e cioè slancio, spregiudicatezza, ardimento, idealismo) ed infine lo stile, la mentalità della vita di un popolo.
IL 1° giugno 1940, a causa del richiamo, in previsione della dichiarazione di guerra che avrebbe portato l’Italia ad occupare doverosamente il suo ruolo di potenza belligerante nella Seconda guerra mondiale, gran parte dei dirigenti della Scuola di Mistica fascista “ Sandro Italico Mussolini ” vennero richiamati alle armi e la Scuola concluse anticipatamente il programma annuale. Niccolò Giani era stato assegnato all’11°reggimento alpini della 5° divisione Pusteria a Brunico. Sul fronte occidentale Giani partecipò, volontariamente, alle azioni più rischiose nelle quali fu impegnato il suo reggimento, nonostante la sua posizione fosse quella di ufficiale addetto al Comando.
Terminata la guerra contro la Francia, Giani, invece di rientrare nei ranghi e riassumere i propri incarichi chiese di essere inviato in Africa Settentrionale, dove venne nominato corrispondente di guerra a disposizione del Comando superiore delle forze armate in Libia, poiché che in quel teatro non operavano truppe alpine. Poco prima della fine del 1940 Giani lasciò l’ Africa Settentrionale e a febbraio del 1941 raggiunse il fronte greco-albanese dove trovò la morte. Insieme a lui in quei primi nove mesi di guerra, sui numerosi fronti, sempre all’assalto come avanguardie di squadre e plotoni o magari sacrificandosi come ultimi baluardi di carne e spirito contro gli attacchi nemici si immolò l’ultima avanguardia di popolo, la gioventù fascista.
Bibliografia: “Gli eroi di
Mussolini, Niccolò Giani e la
Scuola di Mistica Fascista”
di Aldo Grandi
Bur saggi 2004
lunedì 21 febbraio 2011
17 MARZO FESTA NAZIONALE: VITTORIA!
Nei giorni avevamo chiesto al Ministro Gelmini di fare un passo indietro e riconoscere la festività del 17 marzo, data che ricorda il 150° annivrsario dell'Unità d'Italia, chiudendo le scuole. Alla fine ci ha ascoltati, anche grazie alla volontà delle massime cariche del Governo. A Firenze, oltre alla campagna nazionale di MSN stanno già girando in tutte le scuole i volantini realizzati da Casaggì per l'occasione, con un breve excursus di quelle tappe storiche che, in questo secolo e mezzo, ci hanno fatto battere il cuore...
Le comunità esistono. Perché non riconoscerle? (di Alain de Benoist)
di Alain De BenoistIn Italia si dibatte spesso sull’immigrazione, meno spesso sul comunitarismo, dibattito invece estremamente diffuso in Francia, dove finisce col confondersi con un altro dibattito: integrare gli immigrati significa assimilarli?
A destra e a sinistra, all’estrema destra e all’estrema sinistra, e beninteso al centro, in Francia si denuncia oggi il comunitarismo etnico come una minaccia: nel discorso pubblico è la figura da respingere, la causa delegittimante. Ma pochi precisano che cosa intendano con comunitarismo. Il non definirlo favorisce l’unanimità. Ma in politica l’unanimità è generalmente sospetta. Proviamo a vederci più chiaro.
Denunciare il comunitarismo etnico è per la verità del tutto naturale per i fautori del repubblicanismo (o nazional-repubblicanismo) alla francese. Dalla rivoluzione del 1789, essi hanno ereditato l’idea che la nazione sia un tutt’uno indivisibile, da dirigere da un centro onnipotente, equidistante da ogni sua parte. Repubblicanismo è qui sinonimo di giacobinismo, che affonda le radici nella tendenza, già dell’Ancien Régime, a centralizzare un potere la cui sovranità era anche considerata, dopo Jean Bodin, una e indivisibile. Questo modo di concepire la vita politica esclude la sovranità condivisa (o ripartita) e il principio di sussidiarietà (o di competenza sufficiente). Facendo della «neutralità» la principale caratteristica della dimensione pubblica, si esclude anche il pubblico riconoscimento di identità regionali, lingue e costumi particolari, modi di vita e valori condivisi tipici di una parte soltanto dei cittadini.
Squalificate da un’unica istanza sovrastante, nel migliore dei casi tali differenze si riversano sulla sfera privata, sono cioè indotte alla discrezione, anzi all’invisibilità. In tale ottica, integrare gli immigrati è necessariamente sinonimo d’assimilazione, come la nazionalità è sinonimo di cittadinanza. La Repubblica «procedurale» non vuol riconoscere le comunità; riconosce solo gli individui e li integra, assimilandoli, perciò rifiuta di «differenziare» (distinguere) i cittadini secondo criteri etnici e religiosi: l’individuo sconta l’assimilazione con l’oblio delle radici.
Il concetto di comunità è vecchio quanto la filosofia politica. Risale almeno ad Aristotele. Ancor oggi, nel Nord America, i principali avversari del liberalismo (Charles Taylor, Michael Sandel) si dicono comunitaristi. Tradizionalmente, gli avversari della filosofia dei Lumi aderiscono a una concezione del fatto sociale come comunità più che come società. La dicotomia comunità/società è stata studiata da vari autori, a partire da Ferdinand Tönnies. La comunità ha carattere organico, olistico. È un tutto, la cui portata eccede quella delle parti: solidarietà e aiuto reciproco vi si sviluppano dal concetto di bene comune, non distribuito ugualmente fra tutti, ma di cui si gode subito, prima della spartizione. Invece la società si definisce fondamentalmente come somma d’individui: risulta dalla volontà razionale e si ordina attorno all’idea di contratto, perché i componenti della società decidono di vivere insieme, non per comuni valori, ma per reciproci interessi.
Storicamente, la filosofia dei Lumi ha soprattutto attaccato le comunità organiche, denunciandone il modo di vita come intriso di «superstizioni» e «pregiudizi», per sostituirvi la società degli individui. L’idea centrale era che l’individuo non esiste sulla base delle appartenenze, ma indipendentemente da loro, visione astratta d’un soggetto «disimpegnato», anteriore ai fini, che è anche la base dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Portata da una versione profana dell’ideologia dello Stesso, s’è così formata la teoria moderna che definisce l’umanità come sradicamento o strappo da ogni tradizione.
La denuncia attuale del comunitarismo, che mescola critica delle minoranze etniche e critica del principio anti-individualista comunitario, si pone in diretta derivazione da questa filosofia, principale matrice dell’ideologia individualistica liberale e il cui argomentare, ieri usato contro i popoli minoritari della Francia (e contro ogni tipo di rivolta popolare), è oggi usato di nuovo, in pratica senza cambiamenti, contro le minoranze frutto dell’immigrazione. La denuncia «repubblicana» del comunitarismo riduce l’appartenenza del cittadino all’adesione a principi astratti. Equivale al «patriottismo della Costituzione» auspicato da Jürgen Habermas sulla base della sua teoria della ragione «comunicativa». Sotto l’apparenza della denuncia di gruppi autocentrici, si afferma così l’etnocentrismo nazionale. Ne sono simboli il persistente rifiuto francese di firmare la Carta di difesa delle lingue nazionali o minoritarie e la negazione dell’esistenza del popolo corso.
La politica è detta l’arte del possibile. Ordinata solo attorno a principi astratti o pie intenzioni, la politica «ideale» è un’antipolitica. La grande dote del politico è il realismo. Da questo punto di vista, la denuncia del comunitarismo deriva dall’accecamento volontario. Si agisce come se le comunità non ci fossero o si decide di non vederle, mentre esistono e la loro esistenza è lampante. La stessa preoccupazione di realismo dovrebbe far constatare che il modello dell’assimilazione individuale non funziona più, innanzitutto perché oggi i rapporti sociali si costruiscono fuori dallo Stato, poi perché l’attuale immigrazione, per carattere e ampiezza, non è più compatibile col modello nazional-repubblicano d’integrazione.
Le comunità esistono. Perché non riconoscerle?
domenica 20 febbraio 2011
Amici miei, futuristi immaginari, ve lo ricordate il camerata Marinetti?

Chiuso il congresso fondativo del partito con lo sfondo di una immagine identica a quella ecologica scelta (chissà perché) dalle Poste e Telegrafi, spiegato che il partito va a destra e non si vuole mescolare se non tatticamente con la sinistra; deciso che il presidente sarà Fini e che Fini si “autosospende” per non dimettersi da presidente della Camera; affidata la vicepresidenza a Italo Bocchino, che ne sarà dunque il volto ufficiale e il braccio esecutivo; è stato confermato il nome derivato dal libro firmato da Fini: “Futuro e libertà per l’Italia”. Di conseguenza, perdurerà purtroppo il vezzo giornalistico di sintetizzare e gli esponenti o aderenti a Futuro e libertà continueranno a venire chiamati dalle cronache politiche scritte e televisive semplicemente “futuristi”. Non credo che Filippo Tommaso Marinetti e i suoi seguaci ne sarebbero molto soddisfatti.
Il riferimento al futurismo è sempre stato presente negli scritti degli intellettuali e dei politologi che – veri apprendisti stregoni – hanno creato il “caso Fini” in funzione antiberlusconiana; ma che c’entra il Futurismo con il Fli? Che c’entrano la sua storia, le sue idee, i suoi valori con quelli di Futuro e libertà e in specie del suo presidente autosospeso? Il movimento marinettiano fu inizialmente fiancheggiatore del fascismo e poi culturalmente e politicamente confluì in esso. Addirittura certi futuristi hanno sostenuto durante e dopo il Ventennio che le idee-base del fascismo provenivano da quelle del Partito politico futurista e che sotto certi aspetti Mussolini si ispirò a Marinetti.
Di conseguenza, definire per ragioni di comodità lessicale “futuristi” i rappresentanti del Fli, e soprattutto il loro autodefinirsi tali, è paradossale e grottesco insieme considerando la netta condanna del fascismo e del suo capo sanzionata senza mezzi termini dal duce del Fli. Direi quasi inconciliabile con la parabola politica di Marinetti stesso. Gli esponenti finiani dovrebbero essere fieramente antifascisti, fieramente resistenziali se dobbiamo credere alle lapidarie affermazioni del loro presidente: la gran massa dei futuristi-doc non lo fu affatto: Marinetti fu sansepolcrista e poi accademico d’Italia, appoggiò l’imperialismo italiano politico e culturale, andò volontario in Russia, aderì alla Repubblica sociale, morì a Venezia nel 1944 e volle essere sepolto in camicia nera. Tutto questo dovrebbe far rabbrividire di orrore i neo-antifascisti del Fli.
Il motto dei futurismi era “Marciare non marcire”. Il motto degli intellettuali finiani pare sia “Misticanza non militanza”. Un abisso, dato che costoro teorizzano l’abbandono di qualsiasi identità e ideologia, per approdare a un miscuglio post-ideologico anodino dove c’è spazio per tutti eccetto che per i fascisti e i berlusconiani (sempre prendendo per tavole della legge le esternazioni del gran capo).
Ci si può ridurre a questo? Sembra di sì. Purtroppo quei “fascisti immaginari” di un fortunato e originale libro di qualche anno fa si sono trasformati in “futuristi immaginari”. Chiamiamoli, dunque, come volete: finiani, filliani, fillini, finistei, furbisti, bocchiniani, ursini, granateschi, brigugli, ma per favore no, ma proprio no, futuristi.
(di Gianfranco de Turris)
Il riferimento al futurismo è sempre stato presente negli scritti degli intellettuali e dei politologi che – veri apprendisti stregoni – hanno creato il “caso Fini” in funzione antiberlusconiana; ma che c’entra il Futurismo con il Fli? Che c’entrano la sua storia, le sue idee, i suoi valori con quelli di Futuro e libertà e in specie del suo presidente autosospeso? Il movimento marinettiano fu inizialmente fiancheggiatore del fascismo e poi culturalmente e politicamente confluì in esso. Addirittura certi futuristi hanno sostenuto durante e dopo il Ventennio che le idee-base del fascismo provenivano da quelle del Partito politico futurista e che sotto certi aspetti Mussolini si ispirò a Marinetti.
Di conseguenza, definire per ragioni di comodità lessicale “futuristi” i rappresentanti del Fli, e soprattutto il loro autodefinirsi tali, è paradossale e grottesco insieme considerando la netta condanna del fascismo e del suo capo sanzionata senza mezzi termini dal duce del Fli. Direi quasi inconciliabile con la parabola politica di Marinetti stesso. Gli esponenti finiani dovrebbero essere fieramente antifascisti, fieramente resistenziali se dobbiamo credere alle lapidarie affermazioni del loro presidente: la gran massa dei futuristi-doc non lo fu affatto: Marinetti fu sansepolcrista e poi accademico d’Italia, appoggiò l’imperialismo italiano politico e culturale, andò volontario in Russia, aderì alla Repubblica sociale, morì a Venezia nel 1944 e volle essere sepolto in camicia nera. Tutto questo dovrebbe far rabbrividire di orrore i neo-antifascisti del Fli.
Il motto dei futurismi era “Marciare non marcire”. Il motto degli intellettuali finiani pare sia “Misticanza non militanza”. Un abisso, dato che costoro teorizzano l’abbandono di qualsiasi identità e ideologia, per approdare a un miscuglio post-ideologico anodino dove c’è spazio per tutti eccetto che per i fascisti e i berlusconiani (sempre prendendo per tavole della legge le esternazioni del gran capo).
Ci si può ridurre a questo? Sembra di sì. Purtroppo quei “fascisti immaginari” di un fortunato e originale libro di qualche anno fa si sono trasformati in “futuristi immaginari”. Chiamiamoli, dunque, come volete: finiani, filliani, fillini, finistei, furbisti, bocchiniani, ursini, granateschi, brigugli, ma per favore no, ma proprio no, futuristi.
(di Gianfranco de Turris)
sabato 19 febbraio 2011
L'eterogenesi del Fini (di Franco Cardini)
Inseriamo questo articolo di Franco Cardini, che ci pare abbia colto alcuni aspetti interessanti della recente eclissi finiana, giunta dopo il congresso di scioglimento di Futuro e Libertà, celebrato a Milano la scorsa settimana. Cardini è notoriamente persona libera, lontana anni luce dal berlusconismo e dotato di spessore sufficiente per potersi permettere di guardare con chiarezza certe situazioni. Il taglio è a tratti irriverente, ma anche profondamente preciso e chiaro. Al lettore lasciamo il giudizio.
di Franco Cardini È dunque già finita la troppo breve stagione dell’Idillio tra Gianfranco Fini e la sinistra? E si sono già esaurite le stesse speranze degli italiani di buona volontà (non solo di destra…), i quali hanno per qualche settimana avuto l’impressione che una ventata di rinnovamento potesse sul serio nascere da colui ch’era stato – dopo Tatarella – il più politico tra i complici di Berlusconi, mentre gli altri erano una banda di gangsters, di bandoleros, di maneggioni, di puttanieri, di dipendenti aziendali, di politicastri di eterogenea origine, di professorucoli montati e mantenuti a colpi di università private, di “segnorine” e di ballerini di fila convinte di aver la stoffa della Madame De Pompadour? “Mi vergogno di aver collaborato con lui”; “Mi pento di aver fuso il mio partito col suo”: si può dire e pensare quel che si vuole, ma frasi come quelle erano inequivocabili e irreversibili. Fini le ha pronunziate. Suonavano coraggio, umiltà, chiarezza. Ci avevano illusi.
I maggiorenti del PdL, da quelli che l’hanno sempre mal sopportato come Bondi ai suoi ex-colonnelli e ora forse suoi principali nemici come La Russa e Gasparri, non hanno esitato a rispondergli per le rime tirando al centro del bersaglio: se era ormai così avverso al premier e al governo, se addirittura aveva varato quel “Futuro e Libertà” che, almeno nelle intenzioni, si profilava come un partito dotato addirittura di caratteristiche “da prima repubblica”, come poteva Gianfranco Fini mantenere quella “terza carica dello stato” che avrebbe dovuto vederlo, come presidente della Camera dei Deputati,super partes.
In realtà, era proprio questo il punto. Fini viene accusato da molte parti, e non a torto, se non proprio d’incoerenza quanto meno di essere un politico dalle convinzioni alquanto suscettibili di mutare anche radicalmente: e, dai tempi di Almirante in poi, i suoi critici più severi lo hanno colto parecchie volte in castagna. È grave? In fondo, il grande Giovanni Papini diceva che una persona intelligente ha il diritto di cambiar opinione tute le volte che vuole; e un crudo proverbio molto popolare tra i politici professionisti recita che “la coerenza è la virtù degli imbecilli”. Eppure, una certa fermezza su alcuni punti-chiave occorre: fa parte della propria identità; e poi, sulla Via di Damasco si resta fulminati una volta sola, non si può prenderci l’abitudine. Per aver un’idea di chi sia, può essere rivelatore il libro di Luca Negri,Doppi Fini (Vallecchi 2010); ma soprattutto un prezioso e magistrale articolo di Stenio Solinas,Fianfranco Fini. Dietro gli occhiali, il nulla, redatto da uno dei protagonisti più originali della “Nuova Destra” tarchiana, oggi una delle poche penne efficaci, rispettabili e pulite di quel “Giornale” che fu già di Montanelli e che non meritava la squallida fine che ha fatto (ma Solinas vi scrive solo begli articoli di viaggio, senza compromettersi con le posizioni politiche da quel foglio assunte).
Tuttavia Gianfranco Fini, accusato di aver sempre scaricato se non addirittura “tradito” gli amici e di aver affermato tutto e il contrario di tutto, su alcune cose ha mantenuto una sua coerenza fin da quando era il giovane pupillo di Giorgio Almirante, il quale lo aveva preferito a quel vero e proprio mostro di cultura e d’intelligenza – tale fin da giovanissimo – che è Marco Tarchi, di cui mostrava non a torto di aver paura e che oggi, dalla sua cattedra di scienze politiche dell’Università di Firenze, è del suo ex concorrente alla presidenza dei giovani del MSI degli Anni Settanta il critico più informato, inflessibile e risoluto.
Qual era quella sua coerenza? In sintesi – l’ho detto molte volte e lo ripeto adesso, anche se parrà una testimonianza a discarico – a differenza di Tarchi e di me stesso, che una strada analoga a quella di Tarchi avevo percorso nel MSI (con meno rumore) una decina di anni prima, Fini non è mai, dico mai, stato fascista. Nemmeno quando diceva di esserlo. Le banali battute nostalgiche per ramazzar voti, i saluti romani, le visite alla tomba di Predappio, erano orpelli esteriori con i quali si gestiva il ghetto del 6% dei suffragi nazionali: ma a quel giovane bolognese laureato a Magistero, piuttosto refrattario ad adunate e manifestazioni, noto per la sua pigrizia e non già – badate – per la sua mancanza di cultura (ne aveva quanto un italiano medio e “per bene” ritiene utile e decoroso averne), bensì per il suo disprezzo per quanto sapesse di dibattito culturale e di politica culturale, il fascismo non interessava né in quanto movimento che aveva proposto (che poi fosse riuscito ad attuarla, è un altro discorso) una conciliazione tra la dimensione nazionale e quella sociale del mondo italiano primonovecentesco, né in quanto tentativo di modernizzazione del paese e di soluzione dei troppi problemi lasciati aperti dal cosiddetto Risorgimento, né in quanto forza politica nazionale che si era trovata – in una certa analogia con il socialismo di cui era nonostante tutto figlia – ad aver successo e venir adattata in varie forme dall’Europa all’America latina al mondo arabo e a giocar un ruolo tragico finché si vuole, ma fondamentale nel XX secolo e nel suo grande problema, la gestione della società di massa. Fini era ed è fondamentalmente rimasto – come del resto molta altra gente più anziana di lui, che al fascismo a un certo punto della sua esistenza ha pur cautamente e parzialmente accordato una certa simpatia ma che ne ha sempre frainteso l’intima sostanza – un conservatore benpensante e moderato, di idee vagamente liberali, sinceramente convinto che il bene comune si consegue attraverso uno stato abbastanza forte, istituzioni sicure, una borghesia agiata in grado di arricchirsi e ceti subalterni che sappiano accontentarsi: il tutto garantito da un “pensiero unico” conformista e da un ordine per le strade gestito con l’aiuto di una polizia efficiente; poca cultura, che è un inutile e ingombrante lusso di pochi; una spolverata di religione, fattore stabilizzante quanto basta per poter tener buona la gente; nessuna politica estera, ché a questo ci pensano la NATO e gli americani. Questo è quel che Fini pensava quarant’anni fa nel MSI, una ventina d’anni fa quando liquidò un partito pericolosamente attraversato da brividi eversivi (e socialoidi) per sostituirlo con quell’Alleanza Nazionale che – come ben vedevano certi suoi esponenti e confondatori di spicco, quali Fisichella e Fiori – sperava di proporsi agli italiani come una buona Democrazia Cristiana di centro-destra, un partito che sarebbe piaciuto a Cavazzoni, forse a Pella, magari all’ultimo Tambroni, in fondo perfino a Fanfani (che però, da buon ex fascista e corporativista, aveva visioni sociali più “di sinistra”). Oggi, modificando ma non rovesciando queste sue posizioni, Fini ha spinto il suo perbenismo moralistico su posizioni un po’ più esplicitamente laiciste per quel che riguarda la politica familiare, la bioetica e l’eutanasia: in tal mondo si è alienato i pur ristretti margini di simpatìa dei quali godeva in Vaticano, e che ora gli preferiscono i “vecchi neodemocristiani” alla Casini e i convertiti o semiconvertiti alla Rutelli, se non addirittura i “cristianisti” (che non credono in Dio, ma ritengono che la Cristianità sia ancor oggi il nucleo forte dell’Occidente) e gli “atei devoti” che nella Chiesa vedono un fattore di stabilità e di “conservazione intelligente”. Un pooldi neodemocristiani, di semiconvertiti, di cristianisti e di atei devoti (che a me, socialeuropeista ma veterocattolico, sembra un circo equestre) sarebbe forse di qui a qualche mese in grado, se riuscisse a esprimere una formazione politica in grado di stare in piedi, di raccogliere una balla fetta dell’elettorato postberlusconiano. Qualche settimana fa Fini ha pensato di potersi proporre come partnerindipendente e magari alla lunga perfino come leader di quel circo equestre al quale avrebbe recato il suo contributo di “laici intelligenti” – e il “Manifesto d’Ottobre” d’intellettuali di varia origine, da lui sottovalutato se non disprezzato, lo stava sostenendo in questo: ma i fatti lo hanno scavalcato, mentre Casini, partner a sua volta ambiguo e indeciso, si è subito proposto come nuovo alleato primario di Berlusconi – nonostante il veto leghista –, ovviamente alzando la posta. Frattanto, rinfrancati dal successo del 14 dicembre, gli ex-colonnelli finiani passati al generale di Arcore danno sfogo ai loro peggiori istinti forcaioli proponendo addirittura divieti di manifestazioni e arresti preventivi. Il che, a mio avviso, è appunto l’esito d’una mentalità rimasta fascista nel senso più deteriore del termine: non siamo a Mussolini (che, piaccia o no, era ben altra cosa): siamo a Bava Beccaris.
Ora, questo panorama ha totalmente spiazzato ed emarginato in pochi giorni l’ex aspirante-compagno Fini. Il quale, dal canto suo, ha brillantemente contribuito alla propria emarginazione commettendo quattro madornali macroscopici errori che gli saranno forse definitivamente fatali.
Primo: in un primo tempo ha reso drammatico e violento lo “strappo” rispetto a tutti i vecchi complici di Berlusconi (dimenticando di esserne stato il primo) pretendendo anche da loro la “vergogna” e il “pentimento” che egli diceva di provare per tale complicità, anziché tenere tatticamente per sé quei pur lodevoli sentimenti e offrire agli ex-berlusconiani, come si fa con i profughi politici che possano ancora servire (Togliatti lo face con gli ex fascisti) un’àncora giustificatoria che permettesse loro di cambiar bandiera in modo esteriormente dignitoso.
Secondo: dopo aver fatto tutto ciò, anziché rendere irreversibile lo strappo se ne è uscito con dichiarazioni ambiguamente distensive e un po’ furbastre (tipo: Berlusconi si dimetta, dopo di che vedremo se sarà il caso di metter su un Berlusconi Due; il che era improponibile da parte di uno che aveva dichiarato di essersi pentito e vergognato), salvo tornar alla durezza una volta battuto il 14 dicembre in Parlamento, dando l’impressione di far come la volpe con l’uva.
Terzo: ha unilateralmente insistito, forse per paura di perdere una parte della pattuglia che aveva messo insieme, sul fatto di non voler in alcun modo abbandonare la sponda del centrodestra e l’obiettivo del “partito liberale di massa”. Ma, in tempi di crisi e di rapido mutamento, bisogna aver il coraggio di spezzare gli equlibri e di guardarsi attorno a trecentosessanta gradi. Con una sinistra quasi allo sbando e alla ricerca di leaders, un Fini che avesse mostrato coraggio e apertura nei confronti della politica sociale e di quella estera avrebbe probabilmente raccolto consensi pluripartisans. Ha preferito continuar a nuotare nel suo piccolo stagno conservatore, frattanto diventato una morta gora. Ma per giocar bene una carta diversa avrebbe dovuto avere un coraggio, un’energia e una forza culturale che non gli sono mai appartenuti. Sono state queste le doti che avrebbero potuto far di lui un grande leader: la spregiudicatezza e la fortuna da sole non bastano.
Quarto: una volta sceso sul terreno politico impugnando la bandiera della moralizzazione, e visto che il paese rispondeva (specie a sinistra), avrebbe dovuto far lui subito e per primo il gesto di abbandonare la Presidenza della Camera per rientrare a vele spiegate, come leader, nella politica. Sarebbe stato un gesto che gli avrebbe fatto conquistare consensi straordinari e fatto esponenzialmente crescere il suo prestigio politico. Non lo ha fatto: la sua ben nota abilità tattica stavolta lo ha tradito. Ora dovrà mollare, lasciando nella gente l’impressione di esserci stato costretto: una sconfitta irreparabile, dalla quale la sua immagine esce compromessa.
Il bilancio della sua carriera, come “politico di lungo corso” non ancor sessantenne e parlamentare da circa la metà dei suoi anni, è quella di un “buon secondo” con una buona dose di fortuna personale (senza la quale, come diceva Napoleone, non si va da nessuna parte), di forte abilità tattica e che si è sempre saputo scegliere abilmente i suoi boss: Almirante prima, Cossiga poi, quindi Tatarella, infine Berlusconi. Raramente ha fatto “di testa sua”: quando ciò è accaduto – una breve e disgraziata esperienza come segretario del MSI, quindi l’idea dell’“elefantino conservatore” insieme con Mariotto Segni –, è stato un disastro.
Il suo tatticismo gli ha alienato, pezzo per pezzo, tutti gli antichi sostenitori: gli almirantiani-di-ferro, riuniti attorno a donna Assunta, lo giudicano un furbastro e un “traditore”; i “duri-e-puri” alla Rauti e dintorni un voltagabbana da quando ha parlato del fascismo come “male assoluto” (per la verità, parlava del razzismo); la Destra Sociale ha sempre visto in lui un avversario atlantista e filoliberista, al punto che ha finito col preferirgli Berlusconi; quanto ai suoi colonnelli, egli li ha sempre disprezzati in quanto sapeva che i colonnelli hanno bisogno di un generale, ma ha sottovalutato il fatto che un generale di riserva c’era, e a portata di mano. Gode fama, non so quanto meritata, di essere uno che molla amici e alleati quando gli conviene. Una fama che gli si è ritorta contro.
Oggi risuona attorno a lui un coro di eterogenea origine, ma concorde nel chiamarlo a gran voce “Traditore!”, come i sacerdoti chiamano Radames nella scena-madre della verdiana Aida. Un’accusa melodrammatica e romantica, invecchiata e quasi ridicola: ma che in tempi di carenza di valori seri può fare il suo effetto.
L’ultima volta che parlai con lui con tranquillità e franchezza, qualche mese fa nel suo studio di Montecitorio, gli dissi che lo ritenevo capace di mollare la politica, se la fortuna – che allora sembrava arridergli – avesse cambiato direzione. Mi rispose con molta cordialità che era proprio così. Aveva da poco avuto dalla sua compagna una bambina e ne era felicissimo: un atteggiamento che sembrava simpaticamente derogare dalla non ingiustificata leggenda della sua abituale “freddezza”. Mi parve, in quella circostanza, sincero, sicuro di sé e riconoscente a un “amico” che aveva colto bene un aspetto segreto del suo carattere. Spero che avessimo ragione entrambi, in quella circostanza. Ora, se il vento non cambia repentinamente e decisamente, è il momento di dimostrarlo.
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